Tagli del governo alla stampa ma è mistero sui giornali colpiti

Guido Mattioni

Il governo Prodi dà una drastica sforbiciata alle provvidenze all’editoria: 101 milioni di euro in meno nel triennio compreso tra il 2006 e il 2008. Si tratta di un taglio inferiore a quello riportato nei giorni scorsi da alcuni giornali (le voci parlavano di 240 milioni in meno ripartiti in quote uguali sui tre anni), che non ha però mancato di sollevare preoccupate reazioni da entrambi gli schieramenti. Sia perché si tratta di tagli a un settore per sua natura delicato (e che non attraversa un buon momento, come dimostra la crisi del Manifesto), sia perché la precisazione del governo - scusate il bisticcio - preciserebbe in realtà poco, lasciando alcune zone d’ombra.
A dare le cifre è stato ieri il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con la delega per il settore, Ricardo Franco Levi, in un’audizione alla Commissione cultura della Camera. «Voglio mettere a punto una notizia circolata nelle ultime ore e riferita alle cronache del Consiglio dei ministri di venerdì scorso», ha esordito riferendosi alle succitate indiscrezioni che attribuivano al governo Prodi l’intenzione di far venire meno al settore dell’editoria 80 milioni all’anno per tre anni.
«In realtà si trattava della prima bozza del testo entrato in Consiglio dei ministri», ha puntualizzato lo stretto collaboratore del premier, aggiungendo che, dopo la discussione sul testo, il collegio ministeriale ha «preso atto della necessità di contribuire al riequilibrio dei conti pubblici alla quale non può sottrarsi anche il Dipartimento per l’editoria, ma abbiamo rimodulato i tagli: non ci sarà nessun intervento per il 2006, se non quello simbolico da un milione di euro, perché si tratta di un provvedimento di spesa triennale che ha bisogno di una voce anche per il primo anno, mentre per il 2007 e 2008 le minori spese ammonteranno non a 80, ma a 50 milioni di euro». Levi ha poi aggiunto che i tagli investiranno «non solo la voce dei contributi diretti (a fondo perduto, che ammontano a circa 96 milioni, ndr), ma il complesso delle provvidenze all’editoria, che corrispondono a circa 500 milioni. Si tratta di uno sforzo ancora significativo, ma sopportabile», ha commentato il sottosegretario.
Ma sembrerebbe risiedere proprio nell’uso di quel «non solo» e nel successivo «complesso delle provvidenze» l’elemento di scarsa chiarezza. O almeno di difficoltà interpretativa. Detto così non si capisce bene dove voglia andare a sforbiciare il governo. Se infatti i tagli fossero previsti solo sui contributi diretti ciò significherebbe il loro azzeramento; se riguardassero il complesso delle previdenze si tradurrebbero nel loro dimezzamento. Comunque la si metta, tanto ossigeno in meno alla stampa.
Di qui, l’allarme bipartisan. «Sono molto preoccupato quando si parla di tagli all’editoria - ha dichiarato Paolo Bonaiuti, ex sottosegretario della presidenza del Consiglio con delega per il settore -: crediti e agevolazioni hanno permesso alle industrie editoriali di crescere, migliorare le proprie strutture tecnologiche, avere conti in attivo. L’editoria è considerata da sempre un bacino al quale attingere risorse, ma nel quale non si rimette mai», ha insistito Bonaiuti chiedendo un «no» anche «ai tagli alle agenzie di stampa, che svolgono un servizio fondamentale per i piccoli quotidiani».
Preoccupato anche il deputato dell’Ulivo Giuseppe Giulietti. «I tagli al settore sono stati ridotti, ma questo non mi rende felice perché sarà sempre e comunque una decurtazione. Se ci sono malviventi che non hanno diritto ai contributi, che escano, siano accompagnati al posto di polizia. Ma con essi non vanno confusi editori seri e capaci che ne hanno diritto. E poi ricordiamo che i tagli hanno nome e cognome, colpiscono testate di vario orientamento. Ma io - ha aggiunto Giulietti - non guardo a chi c’è dietro perché ritengo che quello all’informazione sia un diritto costituzionalmente garantito».