«Taglia di un milione sulla testa dei vignettisti blasfemi»

Gian Micalessin

Un’altra taglia è pronta. Da oggi chiunque metta le mani su uno dei vignettisti danesi colpevoli di aver insultato Maometto deve solo infilargli un paio di proiettili in corpo, sgozzarlo o, se crede, decapitarlo. I dettagli non contano. L’importante è braccarlo, non dargli più pace, come capitò a Salman Rushdie, lo scrittore maledetto da Khomeini. L’importante è farlo secco. Lasciarlo disteso, senza più fiato ed anima. Come toccò al regista olandese Theo Van Gogh. Eseguita la sentenza, lo zelante esecutore deve solo volare a Peshawar, la capitale delle tormentate zone tribali del nord ovest pakistano. Là, bussando alla moschea di Mohabat Khan ed esibendo le prove del successo, può fin d’ora pretendere un milione di dollari e un’automobile nuova di zecca. Così ha promesso durante la preghiera del venerdì Mohammed Yousaf Qureshi, capo mullah dell’antica moschea e capo di una scuola religiosa chiamata Jamia Ashrafia.
Prima d’entrare in azione il devoto sicario farà comunque bene a verificare alcuni dettagli. Nel suo impeto religioso Qureshi non chiarisce se per metter le mani su soldi e auto basti far fuori un vignettista soltanto o sia invece necessario spedire all’inferno l’intera sporca dozzina d’infedeli autori delle 12 strisce incriminate. Chi non lo faccia esclusivamente per fede tenga pure a mente che l’impegno del religioso pakistano vale solo per l’automobile e i 25mila dollari. Gli altri 975mila dollari dovrà scucirli ad una misteriosa associazione di gioiellieri cittadini che finora s’è ben guardata dall’esibire l’assegno al portatore o dal sottoscrivere la promessa di Qureshi.
In attesa di verificar la ricompensa restano comunque le parole. Una moschea è diventata, una volta di più, il succedaneo d’un supremo tribunale capace di comminar sentenze capitali e incitare all’assassinio in nome di una radicale interpretazione della legge islamica. Il tutto dopo una settimana di fuoco e sangue costata la vita, solo in Pakistan, ad almeno cinque dimostranti. «Questa è una decisione unanime su cui tutti gli imam dell’Islam sono d’accordo», ha spiegato Qureshi, arringando un migliaio di fedeli eccitati dallo spettacolo d’una bandiera danese in fiamme e dal rogo di un ritratto di Anders Fogh Rasmussen, primo ministro del governo di Copenaghen. «Chiunque insulti il profeta – ha spiegato il predicatore - merita di morire e chiunque metta fine alla vita di chi ci insulta merita la ricompensa». Parole simili sono volate un po’ in tutto il paese. Ad Islamabad Qari Saeed Ulla celebrando la preghiera dopo una dimostrazione con la partecipazione di oltre settemila fedeli ha invitato gli stati islamici a «catturare i colpevoli e consumare la vendetta».
L’escalation di violenza e minacce, che ha visto la mobilitazione di migliaia d’agenti e militari pakistani per contenere le folle fondamentaliste ha indotto il governo di Copenaghen a chiudere l’ambasciata di Islamabad. «La decisione è stata presa dopo un esame della sicurezza in tutto il Paese» - ha spiegato il ministro degli Esteri danese Lars Thuese. La decisione - seppur determinata dalla necessità di garantire l’incolumità dei propri rappresentanti - ha innescato una crisi diplomatica con Islamabad che ha reagito richiamando l’ambasciatore a Copenaghen.
In Iran durante le proteste seguite alla preghiera del venerdì alcuni manifestanti riunitisi davanti all’ambasciata danese di Teheran hanno invece dato alle fiamme una croce di legno. Subito dopo un loro portavoce ha precisato che la protesta non era diretta contro i cristiani bensì contro la crociata anti islamica lanciata dai “sionisti”.
In Irak il Consiglio degli Ulema musulmani ha chiesto l’immediato ritiro del contingente danese condannando il governo di Bagdad favorevole alla permanenza delle truppe nel sud del Paese.