Un taglio ai vizi di grandeur

Risposta giusta e responsabile alle esigenze e alle attese economiche del Paese, in un momento difficile che richiede sacrifici per il futuro. Le autonome riduzioni delle spese del Quirinale, di Senato e Camera, di altri organi costituzionali, ed ancor più il taglio del 10 per cento sugli stipendi di tutti i politici ed amministratori eletti ne sottolineano il significato non soltanto simbolico. La Finanziaria 2006 è rigorosa e, nei limiti della «coperta corta» di cui ha parlato il premier con pacato realismo, responsabilmente incisiva. Decisioni coraggiose e serie contro ogni falso elettoralismo sono già per questo segnali inequivocabili di fermezza e credibilità all'interno e all'estero.
Varata venerdì scorso a tempo di record - scritta in 80 ore e approvata dopo una discussione di quattro - la legge sarà conosciuta nei dettagli domani con l'illustrazione del ministro Tremonti a Palazzo Madama. Alcune misure saranno definite durante l'iter parlamentare. Ma l'impianto della Finanziaria è molto chiaro. La manovra da 20 miliardi complessivi si compone, innanzitutto, di 11,5 miliardi per ridurre il deficit della finanza pubblica «allargata» (è il caso di dirlo, in tutti i sensi) al 3,8 per cento del Pil rispetto al 4,7 al quale altrimenti tenderebbe. Questo era indispensabile per il rientro del deficit stesso con le nuove regole più flessibili del Patto di stabilità. Più che di un diktat europeo - in un'Unione dove 12 Paesi su 25 lo hanno violato, ma il disavanzo medio è al 2,7 per cento - si tratta a tutti gli effetti, per noi, di un primum vivere sul terreno dell'affidabilità davanti ai mercati.
Le diffidenze e gli allarmi, rinfocolati anche all'ultima ora, dovevano essere e sono stati delusi, compresi quelli melliflui dell'opposizione sui conti fuori controllo e in possibile balìa pre-elettorale. Un'opposizione che invece, dopo aver suonato anche per conto terzi le trombe del rigore, strilla adesso per i tagli assolutamente necessari alla spesa pubblica in eccesso, con criteri selettivi e politicamente qualificanti: ad eccezione, per esempio, della sanità e dei servizi sociali. Il vincolo per la spesa pubblica non è soltanto quantitativo, ma anche qualitativo proprio per la strategia di una manovra con obiettivi fondamentali come lo sviluppo e la competitività della nostra economia, che tra l'altro sta uscendo dal tunnel. Berlusconi lo ha detto con il linguaggio del bonus paterfamilias («i soldi sono pochi, bisogna spenderli bene»).
E questo riguarda ovviamente l'intero settore pubblico, quello... «allargato», dove certamente sprechi, inefficienze e spese «socialmente voluttuarie» si annidano anche più che a livello centrale, spesso senza pagar dazio politicamente. Dunque, esclusi servizi sociali e sanità, -3,7 per cento nella spesa corrente delle Regioni, -6,7 in quella dei Comuni. Non diremo che è poco, ma non dobbiamo neppure credere che si dovranno spegnere lampioni, accorciare orari di trasporti pubblici, creare disoccupazione: insomma, che si ridurranno i servizi (quelli veri) ai cittadini. Dipenderà da quali servizi e da quali costi, sostenuti dalla collettività, a cominciare da quell'andazzo di... «festa continua», di provinciale e sprecona grandeur, soprattutto di onerosissima intermediazione clientelare delle risorse che in realtà le sottrae, a piè di lista, alle esigenze primarie delle famiglie e delle imprese.
A questo punto il perno della manovra risulta ancora più evidente. Il costo del lavoro, con la riduzione degli oneri contributivi «impropri» (che non toccano le pensioni, come ha spiegato il ministro Maroni nella sua intervista di ieri al Giornale), diminuirà dell'1 per cento: 2 miliardi per tutte le aziende grandi e piccole, una spinta concreta alla competitività del Sistema Italia. Mentre la riforma del Tfr (Trattamento di fine rapporto) consentirà il lancio della previdenza integrativa per la sicurezza dei giovani lavoratori, sullo stanziamento di circa 4 miliardi al Fondo «famiglia e sviluppo» si dovranno specificare le misure per l'una (forse 1,4) e per l'altro. E mentre Parmalat ritorna alla quotazione in Borsa, la difesa del risparmio si evidenzia sia con l'indennizzo ai «risparmiatori traditi», sia con l'esclusione di maggiori tasse sulle cosiddette rendite finanziarie, salvo l'allungamento dell'esenzione anti-speculativa sulle plusvalenze. Anche qui non è poco, anzi è tanto: visto che, a parte l'origine di certe fortune, nessuno vuol sentir dire che speculazione viene da osservare, guardare lontano ed è, in sé, socialmente utile, anzi necessaria in un'economia di mercato.
Ma non facciamo i pedanti. Bene così, avanti con questa Finanziaria.