TAJ MAHAL Un’anima blues aperta ai suoni del mondo

L’anno scorso è stato eletto solennemente «artista blues ufficiale» dello Stato del Massachusetts ma Taj Mahal - nome d’arte del polistrumentista Henry Saint Clair Fredericks - 65enne, colonna della musica nera e pioniere delle contaminazioni sonore, è un cittadino del mondo. Per gli appassionati del blues è una leggenda - nonostante i suoi voli trasversali in tutti i generi e gli stili - e non è da perdere il suo unico show italiano, domani all’Arena, al «Milano Jazzin’ Festival».
L’Arena ben si adatta a un musicista che fa dei cocktail di suoni e colori la sua bandiera. «Non sei tu che suoni - è il suo motto - è la musica che prende te». Non c’è angolo del mondo di cui Taj Mahal non abbia scandagliato la musica folklorica e popolare, passando dai suoni africani a quelli delle Hawaii (dove ha vissuto a lungo) anche se la sua anima ha solidissime radici blues. Nato a Harlem nel 1942 ma cittadino adottivo di Springfield, Massachusetts, figlio di un pianista-compositore di jazz e di una insegnante, è uno dei primi bluesman del dopoguerra laureato e con vasta cultura. I suoi esordi si legano a quelli di un altro leggendario artista come Ry Cooder; i due insieme a Ed Cassidy (poi negli Spirit) formano i Rising Sons, gruppo dagli splendidi intrecci sonori ma troppo all’avanguardia nel 1964 per mescolare blues, folk e jazz. Il trio inciderà solo un singolo e il loro album postumo uscirà molti anni dopo. Ma Taj ha la musica nel sangue; suona la chitarra e tutte le sue varianti (dalla lap steel al dobro), chitarra, pianoforte, armonica, banjo e una miriade di curiosi strumenti tradizionali. «Credo nei sogni e ho avuto una visione, così ho deciso di prendere il nome del famoso tempio indiano e di portare così in giro il mio messaggio attraverso il blues». E l’album d’esordio, chiamato semplicemente Taj Mahal, è un continuo richiamo al downhome blues e ad artisti come Robert Johnson e Sleepy John Estes, così come il seguente Natch’l Blues. I fan agguerriti ricorderanno l’impressione che fece nel 1969 il doppio De Ole Folks at Home: le mille sfumature del blues, un album acustico e l’altro elettrico, incrociando follia, arguzia, rispetto del passato e voglia di attualizzarlo con la sua voce limacciosa.
De Ole Folks at Home lo consacra tra gli appassionati ma anche tra i fan del rock, ma lui rifugge dal successo e per un po’ diventa una specie di nomade in viaggio solitario attraverso l’Europa. Quando torna è disponibile per incorporare nel suo stile tutte le influenze possibili e immaginabili, dal calypso al rock, dai ritmi africani al reggae, dalla ballata country al cajun. Inizia così un viaggio affascinante (a tratti troppo commerciale) spaziando dal blues esotico di Recycling the Blues con i cori delle Pointer Sisters a Live & Direct dove esplora i suoni di Cuba, Trinidad e Giamaica, passando per numerosi dischi di ispirazione hawaiana. In tempi recenti i suoi lavori più variegati e meno legati al blues come Senor Blues (ricco di jazz e funky, il titolo infatti è l’omonimo brano di Roland Kirk), Dancin’ the Blues con Etta James e Shoutin In Key che gli consentono di conquistare il Grammy come miglior artista di blues contemporaneo. Nel suo continuo girovagare sonoro si segnalano lo splendido album acustico Meets the Culture Musical Club of Zanzibar e i coloriti e multietnici lavori in trio con il bassista Bill Rich e il batterista Kester Smith (come Live Cathc) che lo accompagnano in concerto all’Arena.
Taj Mahal
domani all’Arena ore 21
ingresso: 10 euro