Talabani: «Non è il momento di ritirare i soldati italiani»

Il presidente iracheno incontra Berlusconi, che ribadisce l’estraneità del Sismi nel Niger-gate. L’Onu proroga la missione a fine 2006

Claudia Passa

da Roma

«Non abbiamo dato nessuna falsa informazione all’intelligence americana che potesse essere usata come motivazione per attaccare Saddam con operazioni militari». La giornata è memorabile, e al fianco del presidente iracheno Jalal Talabani Silvio Berlusconi ribadisce l’estraneità dell’Italia nell’affare Niger-gate. «Non abbiamo voluto la guerra - ha incalzato il premier -, anzi, inizialmente avevamo espresso molte riserve sull’operazione militare». Riserve manifestate in due lunghi colloqui con gli esponenti dell’amministrazione Usa, messe in pratica con la mancata partecipazione al vertice delle Azzorre, e nei due mesi di azioni diplomatiche, in collaborazione con Gheddafi, «nel tentativo di convincere Saddam ad accettare un esilio garantito in Libia».
L’Italia «non ha partecipato ad alcuna operazione militare - ha aggiunto Berlusconi -. Siamo intervenuti solo a seguito della risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, con una missione di pace» che ha portato alla realizzazione di 500 progetti per il popolo iracheno, dall’addestramento delle forze di polizia e dell’esercito alle infrastrutture, dalla sanità alla cultura, dall’agricoltura agli interventi di emergenza, fino alla formazione di medici, infermieri e funzionari. Il premier ha fornito cifre e dettagli della missione italiana, poi ha aggiunto: «Per completa onestà intellettuale mi sono permesso di chiedere al presidente Talabani se riteneva che la dittatura potesse trovare fine con un sistema diverso dalla guerra. Il presidente con estrema decisione mi ha risposto che no, secondo lui non c’era altro sistema».
Talabani, dopo aver ringraziato il popolo italiano, il governo, l’esercito per «il loro preziosissimo contributo per liberare l’Irak dalla peggiore delle dittature», nonché per la cancellazione dell’80% del debito («la generosità italiana ha superato quella proverbiale degli arabi»), ha confermato la non belligeranza del nostro contingente. Poi ha aggiunto: «La guerra non è il mezzo migliore, ma era l’unico per far cadere Saddam. La dittatura aveva trasformato l’Irak in un Paese che in superficie era un grande campo di distruzione, e sottoterra una grande fossa comune dove son finiti centinaia di migliaia di innocenti. Questa guerra è stata il mezzo per porre fine alla guerra di Saddam per l’annientamento del popolo». Sul piano di ritiro delle truppe, Talabani ha sottolineato la necessità di una smobilitazione «graduale, coordinata con il governo dell’Irak perché - ha aggiunto - il terrorismo è un male mondiale, e il ritiro, cui è legittimo che i Paesi della coalizione pensino, non deve avvenire in un modo che incoraggi i terroristi. Entro la fine del 2006 credo che le nostre forze saranno in grado di sostituire gradualmente le forze della coalizione». Proprio ieri il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha autorizzato la permanenza della coalizione fino al 31 dicembre 2006.
Il governo italiano - ha sottolineato Berlusconi - «è sempre stato assolutamente coerente con la direzione indicata dal presidente Talabani». Quanto alle ragioni della presenza, «credo che quando un Paese rappresenta la sesta potenza economica del mondo - ha detto il premier - non possa estraniarsi dai destini del mondo. Non possa sfilarsi dalla soluzione dei problemi come la fame, la miseria e il terrorismo, ma debba obbligatoriamente dare il suo contributo nella direzione unanimemente condivisa dell’allargamento della democrazia nel mondo». Potremmo avere «tanti 11 settembre - ha aggiunto intervenendo all’assemblea dei notariati - perché la fame e la miseria portano alla rivoluzione, pertanto alla violenza».
Sul fronte interno, ha espresso fiducia il presidente della Camera: «Tra le forze politiche italiane - ha affermato Casini - sta maturando una nuova consapevolezza sulle responsabilità dell’Italia in Irak. Credo che anche nella sinistra italiana stia nascendo una consapevolezza nuova, non possiamo abbandonare questo Paese, lasciare sola la dirigenza. I nostri militari svolgono un ruolo prezioso di cui dobbiamo essere fieri». Gianfranco Fini è invece intervenuto su un altro versante caldo, quello dei rapporti con l’Iran dopo i proclami di Ahmadinejad. «Nei confronti dell’Iran - ha detto il ministro degli Esteri - è indispensabile da parte dell’Unione europea e della comunità internazionale mantenere un atteggiamento fermo, univoco, unitario nella difesa di alcuni principi e valori. Purtroppo la notizia di oggi - ha annunciato Fini - è che Teheran ha ribadito la volontà di non rispettare la decisione dell’Aiea, e procedere nel progetto di arricchimento dell’uranio. Questo renderà ancor più necessario mantenere un atteggiamento unitario e rigoroso».