Talebani scatenati, nuovo attacco agli italiani

A 24 ore dall’autobomba di Herat, un altro agguato contro i nostri
soldati: nessun ferito nello scontro a fuoco. Nel Sud dell’Afghanistan
gli integralisti sequestrano un bus e decapitano i passeggeri. Un bimbo
fra le 30 vittime

Massacri nel sud, giornate di fuoco nell’ovest dell’Afghanistan dove gli alpini dell’ottavo reggimento della Brigata Julia e gli altri reparti del contingente italiano avvicendatisi il nove di questo mese fanno i conti con la nuova offensiva talebana. Ieri, mentre nel Paese si diffondeva la notizia del nuovo eccidio fondamentalista costato la vita ad una trentina di passeggeri di un autobus sequestrato, i nostri alpini si sono ritrovati in mezzo ad una nuova imboscata conclusasi, per fortuna, senza conseguenze.

L’agguato, 24 ore dopo l’autobomba di sabato mattina alle porte di Herat, scatta a pochi chilometri da Bala Mourghab, la base avanzata nella provincia di Baghdis, dove da agosto i nostri soldati e quelli spagnoli resistono agli attacchi degli insorti. Questa volta al centro dell’attacco c’è una colonna di alpini attesa nell’ex cotonificio di Bala Mourghab per inserirsi nel battle group, il contingente responsabile della difesa della base composto da quattro compagnie di cui due della Julia, una di bersaglieri e una di paracadutisti spagnoli. La scena dell’agguato è il tratto finale di una strada disegnata tra montagne impervie, in un paesaggio lunare. All’improvviso i Lince e gli altri mezzi degli alpini si ritrovano bersagliati da un intenso fuoco di Kalashnikov e mitragliatrice leggera. Le Browning da cinquanta millimetri dei nostri alpini rispondono quasi immediatamente, ma come capita spesso in quella zona impervia individuare la sorgente del fuoco è alquanto complesso. Così mentre lo scambio di raffiche si prolunga e alcuni colpi ammaccano le paratie di un mezzo, il responsabile della colonna chiede l’intervento dei Mangusta parcheggiati quaranta chilometri più a sud, nella base di Kah i Naw. Una decina di minuti dopo il ronzio dei nostri elicotteri basta a mettere in fuga gli insorti e la nostra colonna può riprendere il viaggio.

Nella regione di Kandahar, roccaforte dei talebani e zona natale del Mullah Omar, non è andata altrettanto bene. Sulla strada a poca distanza da Maiwand, un villaggio 80 chilometri a ovest di Kandahar, è stata strage. Lì i militanti fondamentalisti hanno sparato su due pullman carichi di civili, ucciso un bimbo, sequestrato cinquanta passeggeri di uno dei due bus, scannato una trentina di ventenni identificati come militari dell’esercito regolare. Il bilancio esatto stenta ancora ad emergere. Secondo i portavoce talebani i disgraziati, sgozzati a colpi di coltello, erano 27, tutti in possesso di documenti dell’esercito governativo. Secondo alcuni portavoce di Kabul le vittime sono 25, secondo altri 31, ma, insistono i portavoce ufficiali, erano comunque tutti civili innocenti, giovani diretti in Iran nella speranza di trovare un lavoro. «Li abbiamo perquisiti uno per uno e a 27 di loro abbiamo trovato dei documenti del governo, erano tutti militari... li abbiamo uccisi e abbiamo disseminato i resti in tutta la zona, abbiamo lasciato i corpi sulla strada e nei villaggi a gruppi di due o di quattro per dare l’esempio alla popolazione», racconta senza vergogna il portavoce talebano Yousuf Ahmadi.

La notizia del massacro, messo a segno giovedì scorso in una zona dove da anni regna il risorto ed efferato ordine integralista, è emersa solo ieri, dopo il ritrovamento di sei corpi decapitati. Maiwand non è un luogo qualsiasi. Nella zona circostante i fedeli del Mullah Omar hanno preso a riorganizzarsi già alla fine del 2004. Da allora in quei territori si avventurano soltanto colonne militari adeguatamente scortate e difese. Solo quest’anno gli attentati e gli attacchi dei talebani sono costati la vita a quasi 800 civili.