Un talent scout che forse oggi non troverebbe da lavorare

Leo Longanesi è stata una figura unica nel panorama culturale italiano del Novecento: editore, scrittore, giornalista, artista, grafico, pubblicitario, ha riunito in un'unica persona il talento necessario a svolgere diverse professioni, una caratteristica che lo ha avvicinato più agli umanisti del Rinascimento che ai professionisti della società contemporanea caratterizzata dall'iperspecializzazione o dalla futile tuttologia.

Straordinario scopritore di talenti (da Flaiano a Montanelli, da Buzzati a Berto), inventore del marketing editoriale (geniale l'intuizione dei santini, foglietti in cui promuovere le novità della casa editrice nello stesso formato dei santini distribuiti in chiesa), è stato fautore di un modello artigianale di editoria nel momento in cui nasceva e si diffondeva il libro di massa.

La sua grandezza fu proprio questa: riuscire con risorse e persone limitate a competere con i colossi dell'editoria italiana. Negli stessi anni in cui Rizzoli lanciava la leggendaria collana BUR (Biblioteca Universale Rizzoli), in cui Mondadori riprendeva a pieno ritmo le pubblicazioni dopo la compromissione con il regime e in cui nasceva Feltrinelli, Longanesi, grazie al proprio intuito, riusciva a pubblicare alcuni dei più promettenti autori del Novecento italiano.

Armato solo del proprio talento e di un ristretto nucleo di collaboratori, tra cui il fedele Ansaldo, con l'immancabile Manuale tipografico del Bodoni sulla scrivania, Longanesi seguiva tutte le fasi della pubblicazione dei suoi libri; dalla correzione bozze all'impaginazione, dalla scelta della carta alla copertina (che disegnava in prima persona), fino alla fase promozionale.

Ognuno di questi aspetti era curato con attenzione maniacale, nulla lasciato al caso, in un sapiente collegamento tra editoria libraia e riviste destinate a fare la storia della cultura italiana.

Con Omnibus Longanesi portò il rotocalco in Italia, intuendo la forza delle immagini unite al testo, una consuetudine che se oggi nella società dello spettacolo - per citare Guy Debord - è scontata, non lo era al tempo. L'esperienza della rivista durò meno di due anni, dal '37 al '39, poi venne chiusa dal fascismo ma i suoi collaboratori dettero vita al settimanale Oggi. Nel dopoguerra fondò Il Libraio, rivista specializzata in editoria e cultura in cui univa approfondimenti, interviste e racconti ad articoli sulle novità della casa editrice, mentre negli anni '50 ideò la sua ultima creatura editoriale: Il Borghese.

La lezione di Longanesi è ancora straordinariamente attuale e dovrebbe essere non solo conosciuta e studiata da chiunque operi nel mondo dell'editoria, ma anche interiorizzata e fatta propria. Potrebbe nascere nel mercato editoriale contemporaneo un nuovo Longanesi? Nell'editoria dominata dal self-publishing, dal printing on demand, dagli instant book (termini che Longanesi avrebbe odiato invitandoci, con una delle sue fulminanti battute, a utilizzare l'italiano invece che tecnicismi in una lingua straniera), paradossalmente riuscirà a distinguersi solo chi riscoprirà un modello artigianale di editoria basato sul rapporto diretto con gli autori, sulla creazione di un catalogo che duri nel tempo, su un attento lavoro di ricerca e cura dei libri e soprattutto su contenuti e idee fuori dal comune perché: «un'idea che non trova posto a sedere è capace di fare la rivoluzione».

di Francesco Giubilei, editore e autore di Leo Longanesi.

Il borghese conservatore (Odoya)