Il talento della Moriconi, corsara della ribalta

Agli inizi della carriera fu attratta dal cinema che però non seppe giovarsi della sua maschera tragica

Enrico Groppali

È difficile dire addio a Valeria Moriconi, come è stato difficile dire addio ad altre grandi personalità femminili del Novecento che tanta parte hanno avuto nel nostro immaginario. Perché Valeria non è stata soltanto una grande attrice ma una straordinaria evocatrice di situazioni, promotrice di incontri, suscitatrice di progetti intellettualmente prestigiosi e di sortite coraggiose e inaspettate al di fuori del ruolo passivo di interprete di emozioni altrui.
Nata a Jesi nel 1931, attratta dal teatro fin dai tempi del liceo e poi transfuga giovanissima a Roma a seguito del marito, il pittore astratto Aldo Moriconi di cui conservò il cognome anche dopo la fine del loro legame, la giovanissima Valeria Abbruzzetti (questo il suo vero nome) dapprima fu attratta dalle sirene di Cinecittà. Che tuttavia poco o nulla seppero giovarsi di quella maschera inedita da grande tragica che la ragazza, fin dai primordi, già possedeva.
Il suo viso irregolare illuminato dagli occhi «più cupi del più incandescente carbone», come ebbe a definirla Paolo Volponi, le sue labbra sensuali e la sua calorosa risata mediterranea sullo schermo rifulsero solo a tratti e quasi, si direbbe, per caso se si fa eccezione per Lattuada che la volle nella «Spiaggia» (1954) a fianco di Raf Vallone e Martine Carol e soprattutto per Valerio Zurlini che, con «Le Soldatesse» le fece vincere la Grolla d'oro. Ma già il teatro l'aveva contagiata al punto che, dopo alcune prove minori ma significative che la segnalarono all'attenzione della critica, come la veemente e disperata Mina, al centro del capolavoro maledetto degli anni del boom, «L'Arialda» di Testori, ruolo che le venne attribuito seduta stante da Luchino Visconti, un maestro come Eduardo la volle al suo fianco in «De pretore Vincenzo». Passano pochi mesi ed ecco la consacrazione: nel'60 nasce dal sodalizio artistico e sentimentale con Franco Enriquez la Compagnia dei Quattro dove, agli ordini dell'estroso regista fiorentino, un autentico crogiuolo di personalità si scontrano, s'intersecano si completano e si differenziano in un incessante dare e avere di cui non si aveva l'esempio nel teatro italiano di quegli anni dominato, nell'ambito ristretto delle «ditte» private, dall'estetismo dei Giovani e dal talento funambolico di Albertazzi. Accanto alla maschera, a tratti sarcastica e corrosiva, a tratti lunare e sofisticata di Glauco Mauri che si accompagnava al talento istrionico di Mario Scaccia e alla tavolozza sfrenata di uno scenografo come Lele Luzzati, la Moriconi confermò una versatilità senza pari. Trascorrendo senza colpo ferire dai classici scespiriani reinventati criticamente dal suo regista («La bisbetica domata», «Il mercante di Venezia», «Rosalinda» e «Macbeth») alle novità più controverse del panorama europeo. Dalla dolente eroina dell' «Andorra» di Frisch all'operaia di «Radici» di Wesker dove, per adeguarsi al mood del sottoproletariato inglese, studiò addirittura lo slang dei bassifondi londinesi. Fino al culmine della sua carriera giovanile in quel testo anomalo e affascinante («Rosencrantz e Guildenstern sono morti» di Stoppard) dove figurò accanto a Paolo Ferrari. Per non parlare del «Vantone» di Pasolini e in seguito, ancora al seguito di Enriquez, prima a Torino e poi a Roma di quella memorabile «Locandiera» la cui maliziosa rivalsa contro il sesso maschile era adombrata sotto il conflitto di classe e di quella eccezionale performance nella più eccentrica novità italiana degli anni Settanta: «L'abominevole donna delle nevi» di Wilcock. Archiviato il sodalizio con Enriquez (di cui resta a felice testimonianza la splendida riduzione televisiva di «Resurrezione»), l'attrice divenne la Musa del teatro di regia più inventivo e stimolante degli anni Settanta. Con Cobelli interpretò una Turandot che si specchiava, nel delirio autunnale di una Venezia da cartolina, nell'espressione attonita di una bambola che ne riproduceva le fattezze.
Con Trionfo creò con inesauribile vis comica, in «Tutto è bene quel che finisce bene» una figurina d'innamorata cocciuta che somigliava come una goccia d'acqua a Mafalda, l'eroina dei fumetti.
Addio, cara Valeria, lo dico col rimpianto di chi ti ha tanto amata: nessuno potrà mai restituirci, dopo di te, l'incanto fresco e gioioso del tuo riso.