Il «talento poetico» scoperto da Cancogni e le missive a Pannunzio: fallo scrivere

Un istrione, uno sbruffone geniale, uno sbrindellato raccontastorie e un fantasioso bugiardo, uno straordinario scrittore prestato al giornalismo: il personaggio Gian Carlo Fusco è sempre in bilico tra mito e realtà, come la sua bocca senza denti e i sandali sfasciati, i pantaloni legati con il fil di ferro, la sua frequentazione della mala di Marsiglia e le notti brave tra alcol e signorine compiacenti. Come le sue storie e storielle e i suoi ritratti di gerarchi e donnine del fascismo: in tutto quello che riguarda Fusco, dalla sua storia personale alle storie che lui scriveva, si fa fatica a capire il limite tra vero e verosimile e quando il verosimile prende il sopravvento sul vero. Un mito alimentato anche da quanti hanno scritto di Fusco: dalla Cederna a Cancogni, dalla Aspesi a Beppe Benvenuto, promotore della ripubblicazione delle opere di Fusco presso Sellerio.
Anche la lunga lettera di Fusco al direttore del Mondo Mario Pannunzio (che qui pubblichiamo ringraziando in anticipo la rivista Nuova Storia Contemporanea), è in bilico tra mito e realtà: si narra della visita del Ministro degli Esteri giapponese Matsuoka a Roma nel 1941. Fusco rassicura Pannunzio che la vicenda è «scrupolosamente vera». Che sia vera o no, è senz’altro verosimile.
La lunga lettera, che ha la dignità di un piccolo racconto, fa parte di un più ampio carteggio tra Mario Pannunzio e Manlio Cancogni (e poi con Fusco), che appare sul prossimo numero di Nuova Storia Contemporanea (pagg. 168, euro 10,50, in edicola il 28 giugno) accompagnato da un bel saggio di Andrea Ungari. Lo scambio di lettere tra Cancogni e Pannunzio documenta la nascita del «fenomeno Fusco». È Cancogni, infatti, a segnalare al direttore del Mondo il «talento poetico» nascosto negli articoli che apparivano sulla Gazzetta di Livorno. E a insistere perché pubblicasse e soprattutto pagasse gli scritti al giornalista spezzino, male in arnese.
Pubblicato il primo pezzo, Manlio Cancogni ringrazia ancora l’amico Pannunzio: «È rimasto molto commosso della vostra gentilezza. S’è persino tagliati i capelli e fatta la barba per essere degno di un liberale di sinistra. L’assegno gli ha ridato fiato e speranza. Se si riuscisse fargli fare una dentiera (ha soli due denti avendone persi metà in giovinezza quando faceva il pugilatore e l’altra metà, cinque anni fa, ad opera dei fascisti) credo che si rimetterebbe completamente in piedi e comincerebbe a scrivere». Lanciato sul Mondo, Fusco scrisse poi anche per l’Europeo e l’Espresso fino al 1956, quando il direttore Gaetano Baldacci lo chiamò al Giorno. Il resto è storia nota.

Annunci

Altri articoli