Il talk show, figlio degenere del Simposio

Talk show, quando la parola si fa spettacolo. Dopo le rifritture estive, i programmisti tv riaprono con salotti e tribune di tuttologi e favellatori, profeti dell’opinione, che Platone bollava come doxa, il bla bla saccente, e relegava agli antipodi dell’episteme, il sapere vero, benefico, maturo. Anche in questo campo, i classici hanno dettato regole.
Il primo anchor man è Ulisse. Inchioda la platea - teste coronate e nobili Feaci, che lo stanno ospitando - con il suo diario di mare e d’avventura. Imbastisce l’Odissea, la madre di tutti i racconti, e va sul velluto, perché come ricorda Macrobio nei suoi Saturnali (le ferie dicembrine dei romani, in cui usava, dopo la mangiata, raccogliersi a conversare), nulla è più adatto al talk show del riferire, con esattezza oculare, l’esperienza del viaggio esotico. Ma veniamo alle norme di comportamento, che ogni moderatore dovrebbe far proprie. Un primo punto fermo è che si parla solo se si ha qualcosa di serio e decisivo da dire. Lo conferma Omero, i cui eroi sono gente non solo di spada, ma anche di parola. Nelle assemblee - giganteschi talk show in cui i capi dibattono le linee d’azione davanti al popolo - s’interviene solo se si brandisce lo scettro (oggi il microfono), un arnese impegnativo, dato che Zeus in persona l’aveva consegnato ai re antichi, e costoro agli eredi.
Lo scettro è simbolo di doppia disciplina. Primo, l’ordine: parla solo l’autorizzato, vietato accavallare le voci. Se si intromettono fanfaroni abusivi, lo scettro diventa mezzo di correzione, come sperimenta Tersite, il popolano dalla lingua lunga, bastonato da Ulisse. Secondo, l’impegno: sullo scettro si giura, e quando c’è di mezzo Zeus, vendicativo patrono dei giuramenti, il cianciare a vanvera è a rischio. Il talk show greco per eccellenza, autentico modello del nostro intrattenimento, è il simposio. La parola significa «bere insieme»: a sera, dopo la mangiata festiva, si sparecchia, e al piacere del cibo si sostituisce quello dell’intelletto, canzoni, poesie, ma soprattutto discorsi.
C’è un plenipotenziario, di solito il padrone di casa, si chiama thaliarca, «capofesta». Modera tutto, non solo i tempi, cioè la miscela di vino, ma i temi, perché è lui che propone l’argomento di conversazione. Poi, via con un decalogo che, applicato oggi, ci risparmierebbe un bel po’ di sconcezze televisive. Anacreonte, un poeta frequentatore di simposi, condanna la «bevuta scitica», pacche sulle spalle, battutacce, voci che si scavalcano, roba da cafoni, come i rozzi Sciti, barbari del nord. La civiltà è nello scolio e nella «unica coppa». Il primo, propriamente «tortuoso andirivieni», è la pratica di «passare la parola», con urbanità, al proprio vicino, consegnando, con la coppa, la facoltà d’intervenire. Se non si ha che dire, si fa viaggiare il bicchiere. Che, secondo il prontuario del simposio stilato da Crizia, un gentiluomo ateniese, deve essere unico, una specie di graal, un sorso a testa, a evitare i bollori dell’ebbrezza.
Che cosa ci insegna? La giusta misura del tempo, interventi essenziali, stringati, significativi. Le flautiste (veline, letterine, vallette del tempo) sono ammesse, ma alla fine del talk show. Lo prescrive Platone, che intitolò Simposio uno degli scritti capitali. Quale debba essere il clima generale, l’atmosfera culturale di questo intrattenimento, è chiaro dal maestro, Socrate. Era sua abitudine improvvisare dibattiti in piazza, incrociando per Atene i sedicenti esperti, artisti, poeti, predicatori e - sue vittime privilegiate - politici. Socrate intervistava, senza pietà, sul supposto sapere dell’altro. E ne metteva a nudo la miseria. Uno spettacolo d’intelligenza. E di superiore tolleranza. Perché il fine socratico non era prevaricare, ma persuadere, in nome di una verità denudata ragionando, insieme. Regola chiara, di cultura alta, europea.