TALLONE La riscossa dei caratteri mobili

Nessuno può dire sia un male, armarsi di quella frase di Edgar Poe: «L’enorme moltiplicarsi dei libri in ogni ramo dello scibile umano è uno dei peggiori flagelli dell’età nostra». I caratteri mobili fecero all’amanuense ciò che la Linotype di Ottmar Mergenthaler ha fatto a lor medesimi. Pure, se una dinastia di folletti «svitati» avesse ancora l’ardire di stampare con le tecniche di Gutenberg, di limare il piombo e di assemblarlo con amore, sarebbe una gioia, una coraggiosa sfida passatista, unica in Europa, per proteggere un’arte antica.
In barba al darwinismo editoriale, dove l’editore del New York Times annuncia che tra cinque anni non stamperà più il quotidiano ma fornirà ai suoi lettori soltanto l’edizione on line, il piombo ancora lascia la sua nera impronta nella porosità della carta. Succede ad Alpignano (Torino) dentro le mura della tipografia dell’editore Alberto Tallone. Da sessant’anni, infatti, lì si stampa a caratteri mobili, si conservano milioni di tipi che datano a prima della rivoluzione francese, se ne inventano di nuovi come il carattere Tallone. Entriamo nella stamperia. Odore di piombo misto a stagno e antimonio. Una ragazza che, sul compositoio, avvicina caratteri a colpi di pinzetta, con difficile lettura speculare, prendendoli da una «cassetta alla francese» uguale a quella descritta nell’Encyclopédie. Enrico Tallone, a breve distanza, stringe la forma con un cordino, prima di inchiostrare. Poi guarda le bozze, disfa e ricompone per correggere i refusi. Esattamente come mantiene il pigmento al giusto livello di fluidità con l’olio di rosmarino, prima di calcolare la giusta forza per l’impressione. Dopo, dà all’inchiostro il tempo di asciugare (due giorni), di diventare tutt’uno con la pagina.
Guardando il risultato si resta ancora più stupiti. Non sono copie di testi antichi pensati per titillare qualche danaroso cultore di finti incunaboli. Sono libri vivi, con titoli che spaziano da Alda Merini a Bobbio, con linee filanti e pulite che hanno fatto da modello a Einaudi e Adelphi.
Il motivo di una scelta produttiva e coraggiosa lo spiega proprio Enrico Tallone, figlio del primo titolare. «Siamo nati con questa tecnologia... È arcaica ma non primitiva. Mio padre Alberto (figlio del famoso pittore Cesare Tallone, ndr) aveva a Milano un negozio di libri antichi. Quando ha trovato un maestro stampatore a Parigi, Maurice Darentière, è partito per imparare. Aveva in mano soltanto una lettera di presentazione di Sibilla Aleramo e una gran cultura libraria...». Da allora i Tallone hanno stampato, prima in Francia e poi in Italia, moltissimi titoli sfruttando l’enorme riserva di inchiostri e di caratteri accumulati da Alberto, che morì nel 1968 dopo l’uscita della sua bellissima edizione della Divina Commedia. Lo fanno impiegando dagli otto mesi ai cinque anni per la preparazione di ogni singolo libro, calcolando il numero di caratteri per ogni composizione, accumulando riserve di carta e scegliendo inchiostri, rifornendosi per ciò che manca da una fonderia di Basilea, rimasta l’unica a produrre per i caratteri mobili.
Il premio di tanta fatica saranno dalle 200 alle 300 copie a titolo, magari 500 per le grandi tirature. E sbaglierebbe chi pensasse a prezzi astronomici. Come dice Enrico Tallone catalogo alla mano: «I volumi in 16° partono dai 65 euro... Si arriva a 300 per un volume in 4° delle Satire di Orazio. Poi facciamo edizioni con carte speciali... quelle hanno altri prezzi...». L’idea è quella di un libro bello ed erudito, certamente non per tutti, un libro che distingue il bibliofilo dal lettore comune, non il ricco dal povero.
Allora dinanzi a una volontà così cocciuta che mantiene ancora in funzione la macchina che stampò la prima edizione francese dell’Ulisse di Joyce, la domanda sorge spontanea: «Perché continuate?». Tallone ci pensa un attimo: «Lo faceva mio padre, lo ha fatto mia madre, lo ha fatto mio fratello... Io scappavo dal collegio per stampare, ho imparato da un vecchio operaio di Digione. Ti dà una creatività infinita e poi componendo a mano ti appropri del testo, puoi pensarlo e farlo tuo». Allora richiudendo il cancello su questo mondo fatato può tornare in mente Heinrich Heine: «Un libro è come un bambino, ha bisogno di tempo per nascere... Una donna per bene non dà alla luce un figlio prima dei nove mesi di rito». I folletti del carattere mobile, finché durano, sono così.