Dalla Tamaro a De Carlo, c’è chi paga caro il successo

Non tutti gli scrittori baciati dalla fortuna delle vendite o da quella, ancor più rara, di avere un largo pubblico che li segue negli anni possono contare su un’attenzione critica o mediatica proporzionata alla loro importanza. Anzi, in alcuni casi il successo commerciale decreta l’epurazione dai salotti degli intellettuali impegnati, quelli che credono di detenere il monopolio del gusto.
È ampiamente noto, perché denunciato da lei stessa anche su queste pagine, il caso di Susanna Tamaro, scrittrice integrata dal sistema dell’intellighentia solo fino a quando non ha commesso il peccato mortale di scalare le classifiche di vendita. E poi, addirittura, di scoprirsi cattolica. Allo stesso modo, sono stati messi i bastoni ideologici fra le ruote a uno scrittore dichiaratamente credente come Eugenio Corti. Il solo suo romanzo principale, Il cavallo rosso, pubblicato nel 1983 dalle edizioni Ares, è oggi alla ventitreesima ristampa. Un altro fra i più venduti in Italia e tra gli italiani più venduti all’estero (soprattutto in Germania), Luciano De Crescenzo, non ha buoni rapporti con le enclave culturali della grande stampa.
Càpita anche di essere prima adottati e poi scaricati. Rileggendo le classifiche di vendita di una quindicina di anni fa si trova il goriziano Paolo Maurensig, noto soprattutto per il romanzo La variante di Lüneburg, pubblicato dall’esigentissima Adelphi, a cui tutti pagano riverenza. Eppure, a partire dal successivo lavoro, quel Canone inverso stampato dalla Mondadori e divenuto anche un film di cassetta, di questo autore che nel frattempo ha fatto anche l’assessore alla Cultura a Trieste, si parla poco e malvolentieri. Di certo non gli ha giovato una collocazione politica troppo blandamente di sinistra, fino a sfiorare l’apartiticità.
Vogliamo dirla tutta? In Italia, uno scrittore per essere incoronato come tale, per infiocchettarsi della «S» maiuscola, deve sbrodolare almeno qualche dichiarazione d’impegno. Altrimenti, non c’è pubblico che tenga. Perfino Federico Moccia, il quale, piaccia o non piaccia, ha sbancato tra i giovanissimi, si è lagnato pubblicamente perché nessun recensore si occupava in modo degno di lui. Dopodiché lo hanno fatto, stroncandolo. E, aggirandosi tra gli scaffali delle nostre biblioteche, ci s’imbatte in vecchie conoscenze che ai librai dicono ancora qualcosa, perché il pubblico non le ha dimenticate, ma che nella cornice della cultura ufficiale appaiono sempre meno: Aldo Busi, che vive in una specie di autoesilio dai mass media, ma anche Carmen Covito, scoperta da lui, e che da La bruttina stagionata in poi di strada ne avrebbe anche fatta.
Infine, alzi la mano chi ha mai letto una recensione davvero approfondita a uno degli ultimi, diciamo, dieci romanzi di Andrea De Carlo, che pure conta da un quarto di secolo su un seguito fedelissimo di lettori. Ma lui è uno che se ne sta molto per i fatti suoi. E per quelli che amano sempre predicare, questo è davvero troppo.
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