Il tandem Maroni-Tremonti, architetti del voto Bossi: "Mancano i numeri, siamo nella palude"

I due ministri puntano alle urne se fallisce il piano di governo
allargato. E <strong><a href="/interni/bossi_avverte_i_numeri_scarseggiano_la_lega_pazientera_fino_federalismo/28-12-2010/articolo-id=496414-page=0-comments=1">Bossi rincara</a></strong>: &quot;Mancano i numeri, combattiamo nella palude
romana&quot;. <strong><a href="/interni/s/29-12-2010/articolo-id=496453-page=0-comments=1">La Lega moltiplica i voti perché non va a sciare</a></strong>

Roma - L’asse di ferro che, tra Pdl e Lega, sta lavorando per creare le condizioni per un voto anticipato porta i nomi di due pesi massimi: Giulio Tremonti e Roberto Maroni. In modo indipendente ma parallelo, il superministro economico e l’uomo più influente della Lega dopo Bossi stanno coordinando le operazioni per una exit strategy dal pantano, che archivi nel più breve tempo possibile la fase «allargamento a chi ci sta» portata avanti dal premier. Non un lavoro opposto ai desiderata di Berlusconi (che confida nell’allargamento), ma un piano B che segua direttrici diverse, e che può guardare non solo all’Udc ma anche al Pd (come ha fatto capire l’apertura di Calderoli sulla legge elettorale). Intanto Bossi sparge scetticismo: «Ho sentito Berlusconi in tv, parla di grandi riforme e numeri in eccesso: non è proprio così, perché i numeri scarseggiano - dice a una festa nella bergamasca -. Siamo nella palude romana, ma siamo ancora vivi e stiamo combattendo. Alla fine chi la dura la vince. Ci sono milioni di persone al di sopra del Po che sono pronte a battersi». L’obiettivo principale resta il federalismo: «Se andassimo oggi a forzare in certe commissioni il federalismo verrebbe bocciato». Ma il piano B c’è eccome. Tremonti incontrerà Berlusconi a breve, forse prima di Capodanno, per fare il punto sulle risorse per l’anno che viene. Il ministro è l’uomo chiave, perché è lui che apre (soprattutto chiude) il portafogli degli altri ministri. Ma è chiave anche per il rapporto confidenziale con la Lega, che tifa per il voto. E pare sia proprio Tremonti che, rassicurando il premier sulla stabilità del Paese anche in caso di elezioni anticipate, sta lavorando a braccetto con Bossi e Maroni per accelerare. Verso un voto, certo, ma c’è anche un’altra opzione. In caso Berlusconi non riesca ad avere numeri sufficienti per garantire un avvenire sereno alla maggioranza, Tremonti sarebbe il candidato ideale per un governissimo con una base parlamentare più ampia, ma sempre a trazione Pdl-Lega. Lui, o Maroni, le cui azioni personali, grazie ai risultati ottenuti al Viminale, sono in costante crescita.
Il ruolo sempre più centrale che Maroni ha nella Lega è motivo anche di invidie e frizioni nel partito. Basta pensare cosa ha scatenato una semplice battuta (ma era una battuta?) di Umberto Bossi l’altro giorno alla fine della conferenza stampa alla Camera sul caso Fini. «Chiedete a Maroni... è lui il capo», ha detto Bossi nel suo stile sibillino. Sono subito fioccate le interpretazioni del motto bossiano, diverse ed opposte in ragione dell’area di riferimento dentro la Lega. «Era una frecciata, perché spesso Maroni parla come se fosse il leader della Lega» attaccano quelli vicini al cosiddetto «cerchio magico», il cordone parlamentare che marca a uomo il Senatùr. «Macché, è un attestato di fiducia, Bossi sorrideva quando l’ha detto, perché sa che Maroni è apprezzato dentro e fuori il partito e che è lui il successore naturale per guidare la Lega» dice l’ala, a onor del vero maggioritaria, che fa riferimento a «Bobo».
Ma davvero Maroni sogna Palazzo Chigi? In aprile Bossi la buttò lì: «Un premier leghista? Nel 2013 è possibile». In effetti il piano del Carroccio prevede la conclusione dell’iter per il federalismo fiscale e poi una riforma costituzionale che trasformi l’assetto istituzionale del Paese, con la creazione di un Senato delle regioni, un Senato federale. In quest’ottica (condivisa tra l’altro dall’Udc) un premier leghista non sarebbe più un’eresia, e il nome spendibile per la Lega è senz’altro quello di Roberto Maroni (che infatti è candidato dai leghisti anche per prendere il posto di Fini, nella remota ipotesi di dimissioni da presidente della Camera).
Questo avverrebbe in caso di elezioni, e infatti anche qui i conti tornano. Il «cerchio magico» è infatti la corrente leghista che spalleggia il lavoro berlusconiano teso a far continuare la legislatura con un allargamento al centro. Mentre l’ala più vicina alla base (che vorrebbe votare domattina), e che riporta all’area «maroniana» ma anche «giorgettiana» (da Giancarlo Giorgetti, altro big leghista e fedelissimo di Bossi), è quella che più spesso nomina le urne come unica via d’uscita ad un probabile pantano parlamentare. Chi conosce Maroni dice che sia «onorato» dalle voci che lo danno prossimo a Palazzo Chigi, ma che il suo sogno nel cassetto sia un altro, la padanissima Regione Lombardia. Comunque sia, la Lega sta puntando in alto. E per raggiungere quelle vette punta su Maroni. Con buona pace di chi, dentro la Lega, «rosica».