Tangentopoli in braghette

Milioni e milioni stanno soffrendo, e tra questi anch'io, quindi non si può fare troppo gli spiritosi sulle vicende del caso Moggi, Juventus e così via. E certamente sarà giusto che, se la giustizia sportiva avrà individuato e provato qualche singola malefatta, i responsabili e anche i club diretti da questi responsabili paghino secondo regole previste.
Anche se poi è bene che tutti noi, più o meno tifosi, ci si dia una calmata. L'aiutino dell'arbitro avrà avuto il suo peso magari in qualche caso decisivo: però lo sport resta lo sport. Da milanista non mi sento di dire che la Juve dei primi mesi di questo campionato non abbia giocato meglio dei miei rossoneri: c'è stato un momento in cui Emerson, Vieira, Cannavaro e Turham più Ibrahimovic facevano proprio faville. Mentre al nostro Pirlo era andata la luna storta. E in tutto ciò non c'entravano proprio niente gli arbitri. Leggere tutto quel che accade nel mondo come un complotto, rifiutandosi di guardare le cose nella loro immediata essenza, è una brutta tendenza da lasciarci dietro le spalle.
Poi, nel momento della stanchezza d'Ibrahimovic, magari è arrivato «l'aiutino»: e se ci sono le prove che questo è avvenuto (le prove non sono solo le intercettazioni telefoniche spesso frutto di sbruffonate), deve intervenire il rispetto delle regole, con le severità necessarie. Ma possibilmente senza chiassate oltre misura e senza perdere il senso della dimensione dei problemi. Cioè soprattutto senza dimenticare la realtà di fondo: che i valori in campo dipendono anche, anzi innanzi tutto dalla qualità dei giocatori. Trascritte queste rapide osservazioni (anche per salvarmi l'anima), vorrei, poi, osservare che se si paragona Calciopoli a Tangentopoli, quello che immediatamente balza agli occhi non è soltanto la costante e persistente invadenza del «potere», ma anche i problemi che sono posti da quella complicata cosa che è il mestiere di giudicare i fatti e gli uomini. Se c'è un paragone naturale che viene immediatamente alla mente tra gli avvenimenti politici del 1992 e quelli calcistici del 2006, è quello sulle manipolazioni possibili compiute da quei giudici speciali che sono gli arbitri. La riflessione naturale che sorge è che se è possibile manipolare regole che vanno rispettate sotto gli occhi di scalmanati tifosi, regole commentate e sminuzzate in centinaia di trasmissioni televisive con migliaia di referti offerti a trenta milioni di giurati. Se è possibile interpretare faziosamente regole che milioni di cittadini italiani conoscono alla perfezione e si ripetono insistentemente, bar dopo bar, in instancabili incontri, a partire dal lunedì successivo alla partita. Se giudici e regole così esposti al controllo popolare - come gli arbitri e le varie definizioni di offside e simili - possono essere interpretate con disinvoltura, che cosa può succedere con codici complicati che solo gli esperti di diritto sanno interpretare, con procedure giudiziarie spesso riservate (avete presenti i famosi dossier che il noto pool non ha mai voluto mostrare?), insomma con tutte le procedure giurisdizionali così complesse esistenti in Italia?
Non sono un esperto in cose calcistiche, non so se la separazione delle carriere tra arbitri e guardalinee potrebbe aiutare il maggiore rispetto dei regolamenti del football. Ma anche i dubbi che derivano dal mondo del pallone, mi confermano che per esempio la separazione di carriere tra magistrati giudicanti e inquirenti è la minima delle garanzie necessaria per la serenità del cittadino. E perché dietro anche alle toghe lunghe (non solo dietro a quelle in braghette) non sia possibile non solo che si nasconda un qualche Moggi, ma che comunque non avvengano fenomeni magari uguali di peso ma di segno apparentemente contrario a quelli calcistici: che siano gli arbitri a scegliere i direttori sportivi.