«Tango d’amore» fa rivivere l’epoca di Gardel

Maurizio Cabona

da Marina di Pietrasanta

Prima di Evita, musical di Tim Rice e Andrew Lloyd Webber, Eva e Juan Perón, poi il giovane Guevara, nelle evocazioni storiche erano più realisticamente accompagnati dalla voce di Carlos Gardel. Enrico Groppali ha ora scritto su Gardel il monologo recitato da Sebastiano Lo Monaco in anteprima alla Versiliana martedì e mercoledì scorsi. Nel 1890, quando Gardel nasceva in Francia, l’Argentina marciava verso la prosperità, ma l’unica potenza dell’America Latina era il Brasile.
Complice la guerra civile europea (1914-1945), la risorsa principale dell’America Latina divenne poi il bestiame. Ed era l’Argentina ad averlo, traendone il denaro perché la sua borghesia, dunque la sua cultura popolare, si sviluppassero. E non solo la cultura popolare: senza mandrie e relativo indotto, le città sarebbero rimaste paesoni. Se Victoria Ocampo e Jorge Luis Borges avessero scritto egualmente i loro libri, fra diseredati e analfabeti chi se ne sarebbe accorto?
Agli albori di questa mutazione tumultuosa, quando ancora echeggia dai dischi la voce di Enrico Caruso, matura il tango. Nel 1921 esso trovava consacrazione hollywoodiana con I quattro cavalieri dell’Apocalisse, dove danzava Rodolfo Valentino. Il cinema era muto, fu la voce a imporre Gardel: conquistava capitale e provincia, poi varcava l’oceano e a Parigi girava molti film; lo stesso faceva poi a Hollywood.
Tutto questo fascinoso mondo evoca Tango d’amore (sottotitolo Le stelle ci guarderanno passare), che alterna famosi tanghi di Magaldi e Piazzolla. Li esegue l’Ensemble estrangeiro (Massimiliano Pitocco, bandoneon; Alfredo Valvassori, violino; Adrian Fioramonti, chitarra; Giuliano Di Giuseppe, pianoforte; Simone Masina, contrabbasso). Danzano Daniela Demofonti ed Eduardo Moyano. Lo Monaco conduce in frak il monologo: come Gardel - dice in sostanza - non ero bello, ma ho avuto mille donne; se non ne ho sposata nessuna, è perché amavo già Buenos Aires. La rappresentazione d’esordio ha mostrato un protagonista ancora incerto se interpretare Gardel o dar vita a un personaggio immaginario. Ne è risultato uno spettacolo piacevole, a tratti divertente, per l’insolito taglio della rappresentazione. Un Tango d’amore da ballare ancora.