Il tango? Un pensiero triste che si balla

Bacalov rivela i segreti di una musica che sa intrecciare la cultura popolare e quella colta

Comincia domani (teatro Olimpico, ore 21) con il tango secondo Bacalov - più avanti la canzone romana con Piovani e, infine, quella napoletana con De Simone - il breve ciclo all’interno della stagione della Filarmonica, per mostrare come i fili del colto e del popolare, nella storia della musica, siano spesso intrecciati. Il tango gode oggi di un’attenzione forte e non sono pochi i musicisti di estrazione e formazione classica che gli si rivolgono con autentica curiosità. Luis Bacalov, naturalmente, con il tango gioca in casa, essendo argentino, avendo respirato quell’aria fumosa ed anche equivoca dei locali di Buenos Aires dove questa forma di musica e danza è nata e si è diffusa. Ma il tango, nato dall’innesto della cultura degli immigrati con quella della popolazione autoctona, non è semplicemente una danza, e neppure soltanto una musica o un canto. Il tango, secondo la profonda definizione di uno dei massimi autori, Enrique Santos Discepolo, è «un pensiero triste che si balla»! La breve storia del tango che Bacalov presenta alla Filarmonica, accompagnato dalla Roma Sinfonietta risente molto della sua presenza. C’è tanta musica di Bacalov, che nello stile del tango ha scritto fiumi di musica e persino un’opera (Estaba la madre) e una messa (Misa Tango); ma c’è anche il Bacalov trascrittore e arrangiatore, nei brani di celebri autori che ha voluto rivisitare. Non poteva mancare Carlos Gardel (del quale ha arrangiato al pianoforte due note melodie), alla cui leggenda si è ispirato, quando ha deciso di presentare una storia del tango, solo attraverso la musica, sfatando la convinzione che il tango, se non si balla, non c’è musica che tenga. «In Argentina - ha ricordato Bacalov - ancora oggi, quando in una milonga risuona all’improvviso una melodia del grande Gardel, tutti smettono di ballare, vanno a sedersi ed ascoltano in silenzio».
Nel programma anche alcune sorprese. Innanzitutto tre danze di Ignacio Cervantes, musicista ottocentesco, di origini cubane, ammirato da Liszt e Rossini, e Morricone.