Le tante affinità con Bottai

Il compito educativo dello Stato e la ricerca di una nuova figura di intellettuale: due temi condivisi dal comunista e dal fascista

Mentre Antonio Gramsci era vittima delle carceri fasciste, un intellettuale di segno opposto, Giuseppe Bottai, cercava di dare al regime un contenuto autenticamente rivoluzionario. Ma nel pensiero dei due ideologi, in apparenza agli antipodi, esisteva più di un punto di contatto. Per Bottai la cultura doveva superare l’elucubrazione di pensamenti filosofici per tramutarsi in «sensibilità politica», in grado di tradurre in termini politici le questioni tecniche. Gramsci, non molti anni prima, nei Quaderni del carcere aveva auspicato la nascita di un nuovo intellettuale, di una nuova figura di dirigente capace di passare dalla «tecnica-lavoro» alla «tecnica-scienza». Era un auspicio che avrebbe potuto condividere lo stesso Bottai.
Il gerarca fascista aveva una concezione dello Stato come educatore delle masse, formatore di una sostanza ideale e di una visione del mondo collettiva scaturite da un libero spiegamento delle energie intellettuali, non dalla coercizione. Grazie a questa politica culturale, l’habitus mentale di ogni cittadino sarebbe stato improntato automaticamente e autonomamente a una comune e solidale lettura della realtà, in cui tecnica e sensibilità umanistica sarebbero state integrate nell’«uomo nuovo» promesso dal fascismo. Il dilemma centrale della politica bottaiana era, dunque, come far convivere la cultura di idee ortodosse e necessariamente fasciste con una cultura da laboratorio, in cui si producessero sintesi e esperimenti liberi da obblighi e imposizioni. È il problema, scrive Bottai su Primato il 1º giugno 1941, di «trovare nel Regime, anche per la cultura, un sufficiente rapporto di libertà-organizzazione, che sia consono ad un tempo alle esigenze tecniche, politiche e sociali dello Stato moderno guidato dalle prementi necessità di una organizzazione collettiva e collettivistica, e alle esigenze critiche e individuali della cultura».
Confrontiamo queste parole con un passaggio dei Quaderni di Gramsci: «Compito educativo e formativo dello Stato, che ha sempre il fine di creare nuovi e più alti tipi di civiltà, \ di adeguare la “civiltà” e la moralità delle più vaste masse popolari alle necessità del continuo sviluppo dell’apparato economico di produzione, quindi di elaborare anche fisicamente dei tipi nuovi di umanità. Ma come ogni singolo individuo riuscirà a incorporarsi nell’uomo collettivo e come avverrà la pressione educativa sui singoli ottenendone il consenso e la collaborazione, facendo diventare “libertà” la necessità e la coercizione?». La domanda e il problema hanno, come si vede, un approccio simile, sia pure con mete e indirizzi assai diversi.
Nei Quaderni anche il fondatore del Partito comunista italiano era impegnato a delineare una precisa figura di intellettuale nuovo, capace di rompere i ponti con le inadeguatezze del sistema politico liberale, affrontando i problemi derivanti dalla società di massa e legando alle esigenze del lavoro (industriale) quelle della formazione e dell’educazione dell’individuo. Proprio come l’avversario in camicia nera. Del resto, nonostante la critica alla realizzazione del corporativismo - scaduto, a dispetto delle velleità iniziali, a semplice «macchina di conservazione dell’esistente» - Gramsci riconosceva che quell’ordinamento rappresentava potenzialmente un mezzo di modernizzazione della struttura economico-sociale del Paese. Il pensatore marxista, inoltre, non poteva non concepire il sogno di «rivoluzione intellettuale» bottaiano come affine alla propria concezione popolare della cultura e alla prospettiva dell’intellettuale cittadino e partecipe del proprio tempo.
La strategia di Bottai incarnava per Gramsci un tentativo - da tenere presente - di ridurre, se non di eliminare, il secolare problema della cultura italiana, vale a dire la separazione tra arte e vita, arte e politica. Benché le realizzazioni effettive del fascismo fossero molto lontane dagli enunciati e dai proclami di Bottai, Gramsci ne coglieva la positività e l’interesse: la «buona volontà» e la «spregiudicatezza» di uno spirito di cambiamento, sia pure «generico e di origini spurie». Negli ambienti legati al gerarca fascista, Gramsci individuava lo sforzo di creare «una effettiva unità nazionale-popolare, anche se con mezzi estrinseci, pedagogici, scolastici, col “volontarismo”»: una disposizione che «differenzia radicalmente l’attuale epoca da quella degli Ojetti, dei Panzini e C.», campioni di una cultura passatista, borghese e individualistica, separata dalle dinamiche sociali e dagli indirizzi della vita politica. Il divario tra i due pensatori era invece insuperabile riguardo alla collocazione dell’intellettuale: nell’ambito di un progetto interclassista per Bottai, legato invece alla classe emergente del proletariato per Gramsci.
Secondo il politico marxista, infatti, non era sufficiente il vincolo con il mondo della tecnica, della produzione e della politica, né bastava il richiamo alla presunta autonomia degli uomini di cultura, tradizionalmente sempre al rimorchio del potere. Allo «spirito di concordia» invocato da Bottai, Gramsci contrapponeva uno «spirito di scissione»: non più i comuni interessi di categoria e corporazione, che sarebbero stati chiaramente auspicati da Bottai con Primato al momento del redde rationem della guerra, ma - come ha scritto Romano Luperini - l’antitesi e «la parzialità di una condizione lavorativa che esige scelte conseguenti a livello sociale e a quello ideologico». Bottai immaginava una zona franca, una specie di cuscinetto ideale tra politica e cultura; Gramsci invece aveva una visione di classe che poneva l’intellettuale dinanzi a un aut aut: collocarsi dalla parte dei gruppi dominanti o da quella dei dominati.
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