Tante vite ai margini: dove vivono i nuovi poveri

I disperati abitano in grotte, container o sotto i piloni Tra loro anche chi ha un lavoro ma non ce la fa a pagarsi una casa

(...) i disperati che vivono in strada, arraggiandosi come possono, in ripari di fortuna a due passi dalla «civiltà», invisibili agli occhi di non vuol vedere. Più di 8mila persone stanno in auto, baracche, accampamenti. In barba agli sforzi delle varie associazioni, fra cui la Comunità di Sant’Egidio e la Caritas, e del Comune, che negli anni ha moltiplicato i posti di accoglienza e diversificato gli interventi. «Aumenta il numero dei poveri e il rischio di scivolare nella povertà - spiega l’assessore alle Politiche sociali Raffaela Milano -. Arrivano ai nostri servizi persone che un anno fa non avrebbero mai pensato di chiedere assistenza».
Finire in strada non è poi così difficile. Non è necessario perdere il lavoro per ritrovarsi come un barbone. Basta un divorzio, non avere i soldi sufficienti per pagare l’affitto e una famiglia o un amico che di dà una mano. Basta davvero poco per vedersi sgretolare la vita davanti agli occhi, impotenti. Per gli immigrati, poi, è ancora più facile non riuscire a mettere insieme il pranzo con la cena. È necessario che allo «smorzo» - dove ogni mattina centinaia di poveretti si offrono al caporale di turno per il lavoro quotidiano in qualche cantiere - non si venga scelti per giorni, che il datore di lavoro italiano non paghi, che l’anziana signora a cui si badava in cambio di uno stipendio magro ma comunque dignitoso muoia, e mettere insieme i 300 euro necessari per un posto letto diventa impossibile. E allora la strada diventa l’unica soluzione praticabile. Anche per l’impiegato che guadagna 1.300 euro al mese, ma che dopo il divorzio ne deve dare 800 a moglie e figli. Ebbene sì, tra i disperati ormai c’è anche gente come lui, gente che un lavoro ce l’ha. Ma fa lo stesso: un tetto, coi pochi soldi rimasti, non ce lo paghi. E allora si va in strada, si diventa invisibili, si è costretti a vivere ai margini della società. C’è anche chi, come Lucien, romeno, avrebbe la possibilità di mettersi in regola ma non può farlo perché vive in una baracca e per legge senza residenza non puoi regolarizzare un bel niente.
I nuovi poveri si insinuano ovunque. Ogni riparo di fortuna è un potenziale rifugio. A Roma non è difficile scorgerli, basta scrutare l’orizzonte quotidiano con occhi meno distratti del solito. Anche a Monte Mario, a pochi metri dal Tribunale e da palazzi quotati anche 10mila euro a metro quadro, c’è una sorta di favelas abitata da una quindicina di romeni, tra i quali anche alcune donne e bambini. Abitano lì da oltre un anno, seminascosti tra la vegetazione della collina sulla quale si arrampica la Panoramica, in piccole baracche tra cui si insinuano misteriose acque reflue. Di giorno non ci sono, sono «al lavoro»: chi a chiedere l’elemosina, chi a mettere a segno qualche furtarello, chi a leggere la mano ai passanti. Sulla Tiburtina c’è una grotta naturale in cui vive una comunità di una cinquantina di romeni senza energia elettrica e acqua corrente. A ponte Mammolo, invece, zingari, rom e serbi vivono in una bidonville degna della peggiore periferia africana. Dentro c’è uno spazio recintato, privato: il proprietario è un italiano che affitta in nero i suoi 12 container a 250-300 euro al mese. Sulla Tangenziale est, quattro romeni, un’ucraina e un bimbo hanno sistemato alcuni teloni dietro i quali hanno costruito una baracca nell’angolo di un pilone di una rampa. C’è anche chi nella disperazione ha dato libero sfogo alla creatività, costruendo una casa di bottiglie di birra. Lo stravagante rifugio sorge sull’argine dell’Aniene, ci vivono due slovacchi e i loro due figli: non avevano i soldi per i laterizi e hanno pensato di chiedere agli amici i vuoti delle bottiglie che si scolavano.