Tanti giovani felici e compìti per il «Don Carlo»

Milano. Critici e giornalisti musicali erano stati messi nei palchetti di second’ordine. Pochi minuti prima dell’inizio, un collega gettò lo sguardo nella platea affollata gremita di teste ed esclamò: «Vedi! Neanche un capello grigio!».
Era assolutamente vero. Alla prima puntata dell'inaugurazione della Scala 2008-2009, l’altroieri, si entrava esibendo il biglietto, pagato dieci euro, e insieme la fotocopia della carta d’identità, che garantiva trattarsi di persona dai ventisei anni in giù. Il prezzo, onesto ma non indifferente per i ragazzi, era versato per un avvenimento che, in fondo, gli altri anni, nelle vesti di «prova generale aperta» ospitava tanti giovani gratuitamente. Ma dentro, l’aria che si respirava era un’altra. Si avvertivano un rispetto e un orgoglio da persone che si sentivano insieme privilegiate e con diritto di esserci, che non è sempre l’atteggiamento degli spettatori abituali. E l’entusiasmo di quegli applausi a scena aperta, brevi ma calorosi all’inglese, e il lungo acclamare alla fine, dopo quattro ore e un quarto di spettacolo, a ranghi compatti, ci portava a un’idea di teatro d’opera miticamente meravigliosa. L’allarmato sospiro dei tenutari della competenza musicale e culturale, che si esprime in articoli e iniziative sul «come avvicinare i giovani al teatro d’opera», suggerendo spesso di snaturare le opere per interessare le ultime generazioni, sembrava un soffietto stonato. Le cose impegnative non vanno edulcorate, ma proposte con serietà. Perbacco, bisogna crederci, prima di tutto. E dare la possibilità a chi non è inserito nel mondo del lavoro di vivere del teatro d’opera gli spettacoli e i riti, come questo dell’apertura d’una stagione importante. Chi poi si aspettava una gran maggioranza di maglioni e blue jeans, come manifestazioni di rifiuto della tradizione dell’opera, ha avuto la sorpresa di trovare ragazzi vestiti nella maggior parte in modo non trasandato e non solenne, ma festoso. Insomma, una gioiosa iniziativa che sembra destinata a fondare una tradizione importante.
La fedeltà al Sant’Ambrogio scaligero e la possibilità di un riascolto ravvicinato consentono e consigliano di aspettare la «prima» di domenica per esprimere le riflessioni critiche, tanto più dopo l’ansia delle vicende sindacali che hanno messo in forse l’andata in scena, anche se l’esecuzione complessiva appariva già come un lavoro compiuto. Qualche dato si può anticipare: che l’interpretazione musicale è densa e tradizionale; che la regìa segue la scia francese del secondo Novecento, riducendo le scene a pochi elementi allusivi e curando, più che non le ragioni della storia i sogni e le sventure dei destini incrociati; che l’opera è nella versione in quattro atti, entro cui stanno due intervalli di mezz’ora ciascuno.
Che quando microfoni e telecamere spariranno dal foyer per raccogliere dichiarazioni caratteristiche e prevedibili con l’età acerba dei dichiaranti per trasmetterle e pubblicarle vorrà dire che anche il secondo passo è compiuto, e che questo pubblico giovane avrà davvero la Scala come sua casa della musica.