Tanti perdenti nel flop cinese

Due miliardi che ballano. La generosità, iniziale, di Goldman Sachs e i rischi per i concorrenti

Nicola Porro

da Milano

Uno dei tanti banchieri che ha partecipato alle estenuanti trattative per la quotazione dell’Umts di Hutchison Whampoa, ieri a caldo così commentava il no alla Borsa: «You pay peanuts, you get monkeys». Come dire: non è bastato mettere intorno a un tavolo praticamente tutta la finanza mondiale per spuntare un prezzo che il mercato non avrebbe digerito.
In maniera, decisamente grezza, si potrebbe dire che non sono sufficienti 60 milioni in potenziali commissioni a quotare «3» a cifre astronomiche. La questione è piuttosto semplice: le banche valutavano l’azienda di Vincenzo Novari 6,5 miliardi di euro: due miliardi e mezzo di equity e quattro di debito. Gli uomini dei cinesi in Italia, Canning Fok Kin-ning e Frank Joohn Sixt, invece valutavano il solo capitale 4 miliardi e mezzo. A cui aggiungere i 4 di debito, per un saldo finale di 8,5 miliardi. Insomma tra proprietari e consulenti ballavano due miliardi di euro. In più il valore di libro a cui i cinesi hanno «3» è di 7,2 miliardi. E le noccioline hanno portato a casa le scimmiette: cioè un bel nulla. Si dirà che gli uomini di «3» hanno preteso troppo, sopravvalutato la propria azienda. Ma vi sono stati degli attori della partita, come ad esempio gli uomini di Goldman Sachs, advisor dell’operazione insieme ad altre sei banche, che sin da subito hanno assecondato le prime valutazioni stratosferiche del gruppo Umts.
La pratica, sperimentata con le piccole aziende che cercano la Borsa, è semplice: dico al venditore che la sua creatura vale 100, lo solletico nel suo ego, lo convinco ad affidarmi il dossier, ma alla fine mi scontro con i valori di mercato, che mi riportano alla realtà, a quota 50, 60 o 70. A quel punto è tardi per tirarsi indietro. Ma prima o poi questo sistema salterà. E i signori di «3» lo hanno capito, e non ci sono stati. La quotazione per ora non si fa.
Il punto è che per l’industria ciò che è successo non rappresenta un bel segnale. Gli uomini di «3» si leccano le ferite. Gli operatori già sul mercato (Telecom Italia) perdono un concorrente quotato e i cui numeri avrebbero avuto un livello di controllo e di visibilità decisamente superiore a quello di oggi. A ciò si aggiunga il fatto che nei prossimi mesi si rischia un effetto «ingorgo». Fastweb, l’operatore di fibra ottica, nel consiglio del 16 febbraio annuncerà il suo progetto di continuare a correre da sola. Sostanzialmente il suo fondatore Silvio Scaglia più o meno ammetterà che il giro di fondi e investitori fatto nelle ultime settimane per cercare un compratore della sua quota non ha avuto buon esito. E con grande probabilità verrà messo in cantiere il lancio di un mega prestito obbligazionario.
A ciò si aggiunga l’altro grande operatore di Tlc, Wind. Anch’esso ha intenzione di sbarcare sul mercato. Il nuovo padrone, Naguib Sawiris, ha rivoltato l’azienda. E non vorrà certo perdere tempo nel collocarla. Al suo fianco ha un manager, come Luigi Gubitosi, che gode di una credibilità unica sui mercati finanziari. Il flop di «3» si farà sentire. E i suoi potenziali concorrenti sarebbero davvero miopi a brindare.