«Tanti soldi, pochi amici Ecco il mondo di oggi»

Lo scrittore Luigino Bruni: «In questi anni i contratti hanno preso il posto delle relazioni fra le persone»

È convinto che non vi sia ferita senza benedizione, che nell'incontro-scontro con l’altro sia insito un dono, come suggerisce il racconto biblico della lotta fra Giacobbe e l'angelo. Marchigiano, 42 anni, Luigino Bruni insegna Economia Politica all’Università di Milano-Bicocca, polo di eccellenza internazionale per gli studi sulla felicità. Del resto Milano, assieme a Napoli, è una delle patrie italiane del pensiero sulla felicità pubblica, argomento di cui si sono occupati nei loro scritti economici Cesare Beccaria e Pietro Verri. Secondo Bruni «il mercato è il nuovo mediatore che prende il posto della comunità e impedisce l'incontro fra le persone».
Con quali conseguenze?
«La trasformazione di tutti i rapporti umani in rapporti di immunità. Il mercato sembra dirci che l’altro non è più ambivalente, ma solo positivo, basta costruire un sistema efficace di contratti e clausole per ottenere una vita in comune purgata da sofferenza e conflitti. Ecco perché il mercato piace così tanto: promette rapporti nuovi in cui le persone non si fanno più male. Ma il costo di questa operazione è la solitudine e l'isolamento».
Lei quindi è un nemico del mercato...
«Niente affatto, sono contro il mercato come unica forma di relazione umana. Perciò dico che dobbiamo muoverci fra “senza” e “solo”: non si vive bene senza mercato, ma si vive peggio solo con il mercato. Se il mercato con le sue forme di mediazione diviene l'unica possibilità di rapporto perché si temono conflitto e sofferenza, allora ci troviamo dentro una grande trappola».
La paura dell'altro viene esasperata nelle società di massa?
«L’essere umano è ambivalente. Lo stesso rapporto uomo-donna nasconde la polarità dell'attrazione e del conflitto ed è un archetipo per ogni rapporto umano. Anche la storia è una sequela di attrazioni e repulsioni fra popoli: le guerre nascono per motivi economici eppure i mercanti scambiano merci nel tempo di guerra. Dai porti veneziani partivano navi da guerra per l'Oriente, da cui arrivavano le navi cariche di spezie».
Come mai questo atteggiamento paranoico verso il rischio?
«L’umanità ha sempre vissuto sulla dicotomia amico-nemico, ma non ha mai preteso di costruire comunità a rischio zero. Oggi medicina e tecnologia ci illudono sulla possibilità di vivere al riparo dalla contaminazione con il diverso, inculcano la speranza che l'altro non possa farci niente, mai e in nessun luogo».
Lei parla spesso di «economie della ferita»...
«Cooperative sociali, commercio etico, economie di comunione, banche di risparmio etico, forme di economia sociale in cui non si usa lo strumento della gerarchia per risolvere i conflitti».
Ma l’attuale economia di mercato non sarà anche quella che produce più utili?
«Quando i beni scarsi erano costituiti da merci e servizi, mentre abbondanti risultavano i beni legati all’ambiente e alle relazioni, l’economia capitalistica ha funzionato bene. Oggi abbondano merci e servizi, mentre scarsi sono i beni legati all’ambiente e alle relazioni, allora l’economia capitalistica deve adeguarsi.
In che modo?
«Il consumo va direzionato verso arte, cultura e beni relazionali come l’amicizia: quindi più consumi sociali e meno isolamento».
In caso contrario?
«Avremo un mondo che muore male e si prepara a vivere gli ultimi anni della vita in solitudine, con tanti soldi in banca e pochi amici: un mondo sciocco. Come se un musicista scrivesse una bellissima opera con un finale pessimo. La giudicheremmo un’opera disgraziata».