Tanto rumore soltanto per un rinvio

Dalla strategia dell’allarme a quella del rinvio. Alle parti sociali riunite nella «sala della concertazione» di Palazzo Chigi, Tommaso Padoa-Schioppa annuncia che la situazione dei conti resta sì grave, ma che per raddrizzarla basta una manovra correttiva da mezzo punto di pil: sette miliardi di euro. E poi precisa che, siccome siamo già in luglio, di quel mezzo punto lo Stato ne incasserà più o meno la metà. Qualche soldo per i cantieri delle Ferrovie e dell’Anas si recupererà tagliuzzando qua e là nel bilancio dello Stato. Il «grosso» della manovra 2006 -2007, che complessivamente vale tre punti di pil ovvero 42 miliardi di euro all’incirca, arriverà solo in settembre con la legge finanziaria. Il che significa che il «grosso» del risanamento si concentrerà sull’anno venturo.
La manovra-bis più forte della storia repubblicana (così, i lettori lo ricorderanno di sicuro, era stata presentata) diventa una manovrina qualsiasi. L’allarme incendio sulla finanza pubblica resta sullo sfondo, ma i pompieri decidono di lasciar passare l’estate prima di aprire i rubinetti dell’acqua. Il terrore di perdere fin dal primo momento l’appoggio di sindacati e grandi imprese spinge Romano Prodi ad abbracciare la strategia del rinvio. Slitta la manovra, così come è slittato al 2007 il taglio del cuneo fiscale per le imprese. Cgil, Cisl e Uil erano state chiare, avvertendo l’esecutivo di non esagerare con il rigore. «Vogliamo sentir parlare di lotta all’evasione, e basta», aveva detto il segretario della Cisl Raffaele Bonanni esprimendo, con la sua schiettezza da abruzzese doc, le perplessità di tutto il sindacato, Cgil compresa. «Non vorremmo che una manovra fiscale troppo forte compromettesse la ripresa economica», aveva aggiunto dall’altro lato del tavolo il vicepresidente della Confindustria Andrea Pininfarina. Segnali precisi, di quelli che non si possono trascurare. E che hanno trovato orecchie attente nell’ala sviluppista del governo, guidata da Enrico Letta, Cesare Damiano, Pierluigi Bersani. Il terzo lato del tavolo, quello della sinistra movimentista e assai poco mercantil-rigorista, è stato ben rappresentato dal ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero: la lotta all’evasione va bene, ha detto, ma niente tagli al Welfare. Al centro del tavolo si sono ritrovati soli il premier e il suo ministro dell’Economia, al quale Prodi aveva affidato il compito di portare avanti la strategia dell’allarme sui conti pubblici. Lunedì, i ministri sviluppisti, accompagnati dal superviceministro delle Finanze Visco e dal movimentista Ferrero si sono ritrovati a cena a Palazzo Chigi e, secondo il divertente racconto del Riformista, hanno detto a Prodi e a TP-S: così non si va da nessuna parte. I due hanno annuito. Nelle ore successive, l’entità della manovra-bis è diminuita progressivamente. Ai tagli della spesa pubblica sono subentrate le entrate fiscali legate alla lotta all’evasione e all’elusione dell’Iva. E, soprattutto, si è deciso di lasciare alla legge finanziaria gli interventi di sostanza. La manovrina è stata trattata con il Vernel, ammorbidita a dovere. «Si parte con il piede giusto», gongola adesso Ferrero. Sindacati e Confindustria appaiono soddisfatti della neo-concertazione. E Prodi, intanto, guadagna tempo.