Il Tar interviene sulla Iplom per un’istanza degli anni 90

Paolo Bertuccio

Ci mancava anche questa. Dopo le fiamme che hanno rischiato di distruggere gli impianti di raffinazione, l'Iplom di Busalla deve prepararsi a fronteggiare i giudici del TAR ligure. No, l'incendio di giovedì sera non c'entra niente. Si tratta di una delle tante battaglie legali che il locale Comitato di Salute Pubblica ha ingaggiato con la discussa azienda: per il 20 ottobre prossimo è fissata l'udienza relativa al ricorso presentato dal Comune su pressione del Comitato riguardo l'aumento di produzione della raffineria. «Un aumento indiscriminato e, soprattutto, fuori legge», s'infervora il rappresentante del Comitato Roberto Galvani. «L'Iplom si trova sul greto dello Scrivia grazie ad una concessione edilizia che scadrà nel 2013 e che vieta espressamente l'aumento di produzione e, di conseguenza, di emissioni. A noi risulta però che a partire dal 2003 la produzione sia aumentata da 1,6 milioni a 2 milioni di barili l'anno. Vogliamo vederci chiaro». Si tratta soltanto di una delle molte cause in corso tra Iplom e Comitato di Salute Pubblica: alcuni ricorsi straordinari sulle emissioni nell'atmosfera sono finiti addirittura sulla scrivania del Presidente della Repubblica. «Siamo anche stufi - aggiunge l'agguerrito paladino dell'ambiente - di chi usa il ritornello dei posti di lavoro come scudo per nascondere la propria mancanza di argomenti: l' Iplom dà da mangiare ad un migliaio di persone. E gli altri cinquemila abitanti di Busalla che respirano certe emissioni chi sono, i figli della serva?».
Così, mentre la giustizia amministrativa studia le eventuali inadempienze della raffineria, c’è chi si domanda se avere sotto casa una raffineria di petrolio in pieno 2005 sia una cosa che, a pensarci bene, non faccia un po' ridere. Ridere per non piangere, ovviamente. Perché il problema è serio, e non è il caso di scherzare troppo su bambini che respirano chissà quali polveri e case che rischiano di venir giù per l'esplosione di un serbatoio. Insomma, l'incidente avvenuto all'Iplom il primo settembre ha riaperto un dibattito quanto mai drammatico per il paese di Busalla, dibattito in cui stanno prendendo sempre più campo le argomentazioni di coloro che vorrebbero lo spostamento degli impianti di raffinazione lontano dal centro abitato. Benissimo, tutti d'accordo: sarebbero così salvi i posti di lavoro dei grandi e le trachee dei piccini. Una soluzione di buonsenso, talmente di buonsenso che adesso si scopre che qualcuno ci aveva pensato trent'anni fa, quando gli impianti Iplom erano in predicato di essere ampliati e potenziati. Quel qualcuno, sorprendentemente, era proprio la famigerata azienda inquinatrice, che si era resa conto che i nuovi impianti avrebbero alzato di molto il livello delle emissioni. Ancor più sorprendentemente, tutto finì in una bolla di sapone a causa di un'amministrazione comunale rossa dalle sfumature, evidentemente, non ancora verdi.
Questa storiella vien fuori quasi per caso dalla memoria di qualche dipendente Iplom in pensione, che commenta amaramente la recentissima disgrazia evitata e la condizione di chi abita a quattro passi dai serbatoi e poi, improvvisamente, si lascia andare ai ricordi di un'epoca in cui nessuno si riempiva la bocca di «delocalizzazione», ma ogni tanto qualcuno dimostrava di sapere di cosa si trattava.
Dunque, meglio andare con ordine. Metà anni Settanta. Iplom decide di costruire un nuovo, più grande impianto di «topping» (il cuore della raffineria, la torre che divide il petrolio greggio in svariati prodotti), in sostituzione dei due esistenti. Il problema che si pone l'allora direttore De Marchi è esattamente quello di trent'anni dopo: è pericoloso installare un impianto così inquinante vicino alle case.
Il risultato, comunque, è che il progetto viene bocciato dal Comune di Ronco Scrivia e il fumoso «topping» va a tener compagnia ai busallesi. Che, casomai l'avessero dimenticato, hanno qualcuno da ringraziare.