Il Tar piega i sindaci La B gioca al sabato

Accolto il ricorso urgente della Lega: «Un successo, non potevamo più aspettare». Oggi in campo. E la A divorzia dai cadetti

Jacopo Casoni

Oggi la B gioca. Il Tar del Lazio ha accolto il ricorso urgente presentato dalla Lega calcio contro le ordinanze di chiusura degli stadi emesse dai sindaci delle città delle squadre di serie B. Si chiude così, con un successo dei vertici del calcio, la diatriba che ha occupato le cronache sportive delle ultime settimane.
La notizia è arrivata in Lega poco prima delle 13 di ieri. Il presidente Adriano Galliani, durante la conferenza stampa successiva all’assemblea di serie A, ha comunicato gli ultimi inattesi sviluppi. Infatti, il ricorso della Lega doveva essere presentato dopo l’assemblea di serie B, prevista per lunedì prossimo. «Ho sentito telefonicamente i presidenti delle società di B – ha spiegato Galliani – e, data la loro volontà di giocare, ho deciso di accelerare i tempi. I sindaci, d’altronde, quando sono usciti dall’incontro avuto in questa sede, non hanno certo aspettato: ci hanno picchiato sul collo un’ordinanza di chiusura degli stadi». Poi i dettagli tecnici. «Il Catania ha dovuto presentare un ricorso autonomo al Tar della città siciliana perché, quando ci siamo mossi, l’ordinanza del sindaco Scapagnini non era stata ancora comunicata. Colpi di coda dei primi cittadini? C’è sempre il rischio che succeda. Il 29 settembre ci sarà un’udienza sul merito della sentenza e vedremo».
Galliani insiste sulla necessità di tutelare il sistema della serie B. «È un grande successo. Abbiamo il dovere di non far saltare in aria la serie B – sostiene –. Non è possibile che si giochi in concomitanza con la A, il prodotto non sarebbe vendibile. E poi non potevamo accettare supinamente che i sindaci imponessero di non fare calcio prima delle 19 di sabato».
Infine, il presidente si sofferma sugli altri punti all’ordine del giorno e conferma la separazione consensuale tra le società di A e B. «I tempi sono maturi per questa strategia. Due leghe con due presidenti. Sono prodotti separati e bisogna venderli separatamente, ottenendo così più soldi in entrata». Dell’accordo sulla mutualità non parla, dice solo che «sarà triennale». Per dettagli più precisi bisogna rifarsi alle parole del presidente del Livorno, Spinelli. «La cifra è nell’ordine dei 110 milioni annuali. Le promesse vanno mantenute». Maurizio Zamparini, massimo dirigente del Palermo e nuovo consigliere federale (incarico annunciato ufficialmente da Galliani), va oltre e parla di cambiamenti strutturali che dovranno interessare il campionato cadetto. «Lunedì dobbiamo trovare un punto d’incontro. La divisione sarà consensuale, ma loro dovranno essere un serbatoio di giocatori per la serie A e non schierare i trentenni». Poi Zamparini torna al fatto del giorno. «Alla base dell’atteggiamento dei sindaci ci sono considerazioni di tipo politico. Ma la politica non deve entrare nel calcio, anche se ormai sarà difficile buttarla fuori».
Cellino, presidente del Cagliari, è una voce fuori dal coro. «Cinque giocatori che ho trattato durante l’estate – afferma – sono finiti in squadre di serie B, con stipendi molto alti. O sono club ricchi, e non hanno bisogno dei soldi della A, oppure, se devo dare loro risorse che utilizzano per pagare stipendi che non potrebbero permettersi, preferisco fare una donazione per i poveri».
Ultimo capitolo: Pierluigi Collina. Il patron della Fiorentina, Della Valle, che per primo aveva proposto ai suoi colleghi di chiedere il reintegro dell’arbitro nei ranghi dell’Aia, ha comunicato il consenso unanime alla sua iniziativa. Poi, è stato lo stesso Galliani a riprendere il tema. «Senza andare contro nessuno, abbiamo dato un’indicazione al presidente federale e a quello dell’Aia riguardo la nostra volontà, espressa concordemente da tutti, che Collina torni ad arbitrare». Tutti d’accordo su tutto (o quasi), dunque. Ma ieri è stato un giorno particolare, un giorno in cui il grande capo, e con lui i suoi generali, avevano qualcosa da festeggiare. E si sa, sotto le feste tutti si sentono più buoni.