Il Tar «promuove» Vitalone Ora alla Cassazione tremano

Dopo i rinvii il Csm costretto a riconoscere al giudice la funzione di presidente di sezione

Gian Marco Chiocci

da Roma

E adesso qualche toga eccellente rischia l’infarto. Con la sentenza della prima sezione del Tar del Lazio che ha provveduto a ricostruire la carriera in magistratura dell’ex senatore Claudio Vitalone (obbligando il Csm a conferirgli la funzione di presidente di sezione della Cassazione) si riaprono i giochi alla Suprema Corte e si chiude una vicenda surreale al Csm. Iniziata anni addietro allorché l’ex coimputato di Giulio Andreotti al processo per l’omicidio Pecorelli chiese ai colleghi del palazzo dei Marescialli un adeguato risarcimento professionale alla luce sia della sentenza di completa assoluzione incassata dopo un interminabile calvario giudiziario, sia del cosiddetto «decreto Carnevale». Ne scaturì un braccio di ferro infinito col Csm. Ricorsi, diffide, denunce. Persino una lettera di Vitalone all’ex presidente Ciampi - girata poi dal Quirinale all’organo di autogoverno della magistratura - nella quale si denunciava «l’ostinazione del Csm a negare sprezzamente l’adempimento di obblighi che discendono dal comando delle leggi e da nitide pronunce giurisdizionali».
Il Consiglio superiore della magistratura, infatti, aveva alzato le barricate decidendo di non promuovere Vitalone attraverso un artificio tecnico che oggi il Tar ha disintegrato: secondo il Csm, infatti, il magistrato romano non aveva maturato il periodo di permanenza nel ruolo per poter aspirare alla carica di presidente di sezione. Al contrario, l’ex senatore aveva dimostrato che la sua carriera era maturata per intero perché il Csm non aveva conteggiato il tempo di sospensione dall’incarico collegato a un altro processo da cui era uscito, anche lì, assolto con la formula più ampia. Ma al di là del dettaglio tecnico in sé, la ricostruzione di carriera di Vitalone ha un effetto politico dirompente perché riconosce a quest’ultimo una migliore posizione in graduatoria rispetto alla quasi totalità dei presidenti di Cassazione. Ciò vuol dire, una carriera ancora lunga e, soprattutto, senza concorrenti nella corsa a ricoprire incarichi apicali della Suprema Corte.
Le 26 pagine della sentenza del tribunale amministrativo regionale stigmatizzano duramente l’operato del Csm. Cominciano col rifarsi alle pronunce del Consiglio di Stato («il pubblico dipendente illegittimamente allontanato dal servizio ha diritto alla piena restitutio in integrum, sia a fini giuridici sia a fini economici») e finiscono con l’enunciazione della «legge Carnevale» laddove si osserva che «ai magistrati deve in ogni caso essere attribuita la posizione in ruolo che avrebbe avuto, ove il servizio non avesse subito interruzione, nel rispetto della normativa relativa alla progressione della carriera». E ciò in funzione di indennizzare almeno in parte «il grave pregiudizio morale che consiste soprattutto dall’essere stati scavalcati, senza alcuna colpa, da colleghi che erano a loro posposti nel ruolo organico». Quanto a Vitalone, sentenzia il Tar, ha dunque diritto «a ottenere il cosiddetto prolungamento e la connessa ricostruzione di carriera essendo innegabile che egli abbia subito, suo malgrado, un enorme ritardo nello sviluppo della stessa a cagione di una serie di procedimenti penali e di connessi procedimenti disciplinari ingiustamente promossi contro di lui sulla scorta di accuse rivelatesi, poi, del tutto infondate».
Se l’interessato non commenta, al Csm sono in parecchi a tremare alla lettura del passaggio, richiamato in sentenza, del decreto legislativo del 23 febbraio 2006 nel punto in cui stabilisce, senza se e senza ma, che il magistrato assolto con sentenza definitiva «ha diritto ad essere reintegrato a tutti gli effetti nella situazione anteriore, con attribuzione, nei limiti dei posti vacanti, di funzioni di livello pari a quelle più elevate assegnate a magistrati che lo seguivano nel ruolo al momento della sospensione cautelare». Dura lex, sed lex.
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