Tardano i soccorsi, muore aspettando il 118

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Alessia Marani

L’ambulanza di Pomezia, quella più vicina, è fuori; il mezzo 118 di Tor San Lorenzo, sul litorale, anche, impegnato in un altro soccorso. F.S., 60 anni, colto da malore ieri pomeriggio nella sua casa di via Vittorio Alpe, tra Colle dei Pini e la Selvotta, all’altezza del diciottesimo chilometro della via Laurentina, in territorio di Roma, ma confinante immediatamente con quello pometino, è morto così aspettando i soccorsi che alla fine sono arrivati solamente da Spinaceto.
Chiamata alla postazione di via Raffaella Aversa: 16.44. Arrivo in via Vittorio Alpe: 16.58. Diciotto minuti per «bruciare» in più fretta possibile i ben venti chilometri di distanza con un mezzo arroventato dal caldo e senza medico a bordo, ma incredibilmente l’unico nell’emergenza. Quando il personale sanitario arriva sul posto viene immediatamente aggredito dai familiari dell’uomo, ormai privo di conoscenza, caduto a terra sotto gli occhi impotenti dei propri cari. «È un’ora che chiamiamo - urlano - e siete arrivati solo adesso. Lo state lasciando morire». Dodici minuti di massaggio cardiaco nel disperato tentativo di rianimare il sessantenne, ma non c’è niente da fare: non è più cosciente, non c’è più respiro, ha chiuso gli occhi. Troppo tardi, insomma. Quando il poveretto arriverà finalmente al Sant’Anna, ai medici del pronto soccorso dell’ex clinica privata sulla via del Mare, non rimarrà altro che stilare il referto di constatazione del decesso. Sull’episodio i parenti della vittima ora, si riservano di presentare una denuncia formale.
Ma è una vecchia storia quella della mancanza di mezzi di soccorso sufficienti e, soprattutto, adeguati nella zona Sud e del litorale tra Pomezia e Ardea. Una carenza che, troppo spesso, finisce per ricadere con un superlavoro per la postazione romana di Spinaceto, quella che si trova sulla direttrice Pontina, se non addirittura per quelle di Ostia e Anzio. Già di per sé sacrificate. Una morte annunciata quella di F.S. a rivedere le denunce dei sindacati e degli operatori sanitari degli anni scorsi: un solo mezzo del 118 per tutta Pomezia, l’altro a Tor San Lorenzo per fare fronte agli Sos di un territorio di oltre 65mila abitanti che, però, nel periodo estivo pressoché raddoppiano. E nessun mezzo per la rianimazione in servizio su strada. Vale a dire nessun medico che possa intubare eventualmente un infartuato, per il quale bisogna, invece, intervenire in una manciata di minuti. L’ambulanza attrezzata più vicina è quella in servizio al San Camillo di Roma, a volte, ma non sempre, ce ne è una disponibile al Sant’Eugenio, all’Eur. Davvero poco per pensare di poter offrire un servizio efficiente.
Nel caso di F.S., poi, i familiari avrebbero più volte tentato di mettersi in contatto con la sala operativa del 118, trovando prima la voce del disco fisso «118 Roma e Provincia, le linee al momento sono tutte occupate...», poi aspettando che si trovasse il mezzo disponibile. F.S., insomma, avrebbe atteso almeno mezz’ora prima di ricevere un aiuto concreto da parte dell’Ares 118 capitolino. Stessa azienda che, se da una parte sponsorizza l’ammodernamento dei suoi mezzi (nuovi dispositivi, nuove ambulanze, aria condizionata su tutti i veicoli) dall’altra «abbandona» mezzi e postazioni in condizioni decisamente poco dignitose. Basti pensare che nella stessa sede di Spinaceto l’ambulanza è parcheggiata in strada, senza alcun riparo. Che sì, c’è l’impianto dell’aria condizionata, ma che il filtro non è stato «ricaricato» da almeno un anno e mezzo. E che, in questi giorni di temperature record, quando l’equipaggio (lo stesso aggredito ieri) sale a bordo si ritrova in un abitacolo letteralmente «infuocato». Lo stesso su cui magari debbono andare a soccorrere persone colte da colpi di calore.