Tardi e male, professori

Le opinioni dei giuristi sul caso Forleo sono quanto di più inutile possa capitare di leggere. Costoro non sanno nulla della giustizia reale e della sua prassi: non hanno idea del saldo tra la forma originaria di una norma e la sostanza quotidiana frequentata da magistrati, e avvocati e giornalisti. Le tesi dei Vittorio Grevi e Adelmo Manna e Franco Cordero sull’effettivo ruolo procedurale di un giudice delle indagini preliminari (gip) oggigiorno hanno la stessa pateticità delle tesi che stancamente, per anni, altrettanti giuristi cercavano di avanzare circa il Nuovo Codice Penale: quello che in origine prevedeva il segreto istruttorio, più tutela per l’indagato, parità giuridica tra le parti, avvisi di garanzia appunto a garanzia dell’indagato. In pratica, favole. Perché in pratica, da anni, i gip e gup si dividono in due categorie: quelli che vagliano le carte limitandosi a controlli di regolarità formale e quelli che invece, respingendo o avallando la richiesta di un pm, entrano nel merito delle accuse criticandole o suffragandole o esplicitandole. È il caso di Clementina Forleo. Se non piace ai professori, potevano dirlo mentre si consolidava la prassi. Ma era il periodo di Mani pulite.