La Tari +20%, l’Irpef +150%: per Causi non è una stangata

Tutto come previsto: aumentano (e di tanto) la Tari e l’addizionale Irpef, cala impercettibilmente l’Ici sulla prima casa. Ma per l’assessore capitolino Marco Causi la proposta di bilancio presentata ieri in giunta, e che dovrebbe essere approvata entro la fine della settimana, non è una «stangata».
Secondo il responsabile delle finanze della squadra di Veltroni, infatti, «non ci sarà alcuna stangata, solo provvedimenti equi e correlati a finanziare i servizi di prossimità correnti come trasporto, scuola, assistenza, asili». Eppure i numeri della proposta, che sembrano ormai consolidati e che non vengono smentiti, incideranno eccome nelle tasche dei romani. L’addizionale Irpef lievita del 150 per cento, passando dall’attuale 0,2 per cento allo 0,5. La Tari dovrebbe aumentare del 20 per cento, un incremento che, anche spalmato sugli ultimi quattro anni nei quali, come rimarca la maggioranza, la tassa non è aumentata, ammonta comunque a un sostanzioso cinque per cento. E con queste premesse, ha un sapore piuttosto demagogico la microlimatura - più un graffio che un taglio - dell’Ici per la prima casa, che dovrebbe «scendere» dall’attuale 4,9 per mille al 4,7 per mille. Per di più, la prossima revisione degli estimi catastali quasi certamente vanificherà i possibili effetti del ritocco all’imposta sugli immobili. Che vede in prospettiva un altro pericolo nel contributo di scopo per le opere pubbliche, grazie al quale si possono finanziare infrastrutture «rincarando» l’Ici. Causi per il momento ha escluso che la finanziaria capitolina contempli il contributo di scopo, ma non ha chiuso la porta: «Lo valuteremo con attenzione in futuro». Per il resto l’assessore ostenta ottimismo e cerca di esorcizzare termini tabù come «stangate» e «salassi», calcando sul tasto dell’«equità del contributo fiscale», evocando poi quella «partecipazione» sempre cara - almeno a parole - al Campidoglio, che nel lavoro di preparazione al bilancio, ricorda l’assessore, «ha coinvolto i Municipi, le parti sociali, i partiti di maggioranza». E, per tentare di addolcire l’amaro calice dell’inasprimento fiscale, Causi insiste molto sugli investimenti del Campidoglio, soprattutto nel trasporto pubblico, «che restituiranno alla città una rete di mobilità di importanza fondamentale». Roma, spiega il «ministro delle finanze» di Walter, «deve investire 1,3 miliardi di euro in tre anni destinati all’ammodernamento della linea A, alla B1, alla linea C, ai corridoi della mobilità e al materiale rotabile».
Ma se Causi si concede altre «48 ore per affinare la proposta», l’opposizione non condivide la valutazione positiva della proposta di bilancio. «La Giunta non riesce ad approvarlo», chiosa il capogruppo di Alleanza nazionale in Campidoglio, Marco Marsilio, ricordando come sia stata «smentita dai fatti» la «favoletta che con Prodi al governo sarebbero piovuti soldi a catinelle su Roma». Invece ecco le nuove tasse. E così «più che affinare la proposta - ironizza Marsilio - si continua ad affilare le lame. C’è una plateale difficoltà nella maggioranza a venire a capo di un bilancio che non piace a nessuno e che si annuncia lacrime e sangue per i romani, senza alcuna giustificazione».
Nel mirino del vicepresidente del consiglio regionale, Bruno Prestagiovanni di An, finisce la Tari. Aumento ingiustificato, spiega, perché la colpa dei dissenti di bilancio dell’Ama è tutta in una gestione sballata. «Se il Campidoglio non avesse accumulato ritardi di anni nel rilascio delle concessioni per i servizi nei cimiteri capitolini di Prima Porta e Laurentino - osserva Prestagiovanni - l’Ama oggi avrebbe nelle proprie casse il denaro per scongiurare il paventato aumento del 20 per cento della Tari». Secondo il vicepresidente della Pisana, i ritardi nei due camposanti riguardano «concessioni per nuove cappelle, tombe a terra, sarcofagi, arche ed edicole». Considerando che «il costo medio per ciascuna concessione varia dai 6mila ai 25mila euro», continua il politico di An, «moltiplicato per le migliaia di domande di concessioni rimaste inevase siamo nell’ordine di decine di milioni di euro». E dunque non ci sarebbe stato bisogno di rastrellare denaro con le tasse «per far fronte alla grave situazione di cassa dell’azienda, gestita in modo dissennato dal centrosinistra che governa a Roma dal 1993, con servizi che non rispondono alle esigenze della città». Il caro estinto, dunque, avrebbe potuto aiutare a evitare il caro-rifiuti. Ma tant’è.