Il tariffario dei permessi falsi Per una pratica fino a 2mila euro

Nelle tasche degli addetti dello Sportello della prefettura dai 500 ai 750 euro Almeno 232 le carte di soggiorno truccate

Il giorno dopo la tempesta, in Prefettura si fa il conto dei danni: sia di quelli sostanziali, sia di quelli d'immagine. Gli arresti scattati in gran segreto a metà della scorsa settimana hanno investito in pieno una delle strutture più delicate del palazzo del Governo: lo Sportello unico per l'Immigrazione, quello cui si rivolgono ogni anno decine di migliaia di stranieri in cerca di un posto al sole a Milano. Che in corso Monforte fiorisse un mercato dei permessi fasulli è ormai - dopo le confessioni di tutti gli arrestati - un dato di fatto: duemila euro la tariffa pagata dagli immigrati, di questi tra i 500 e i 750 finivano nelle tasche dei funzionari corrotti dello Sportello. Di fronte a questa realtà, il fatto - sottolineato dal prefetto Lombardi in un comunicato - che nessuno degli arrestati fosse un dipendente della prefettura, trattandosi di lavoratori interinali assunti dall’agenzia Obiettivo Lavoro, è una magra consolazione. Perché quello che emerge dalle carte dell’inchiesta è un quadro di sostanziale impunità, in cui gli addetti allo sportello agivano liberamente e senza controlli. E se non ci fosse stata qualche indulgenza di troppo forse il marcio sarebbe potuto venire alla luce già molti mesi fa, quando una prima inchiesta condotta dal pm Paola Pirotta si dovette arenare davanti a un muro di silenzi. Tanto per dare un esempio della disinvoltura con cui agivano i funzionari dello sportello, si può dire che Linda Scuteri, la più alta in grado degli arrestati, si era inventata un business parallelo in cui dal suo ufficio in corso Monforte gestiva anche la fornitura agli stranieri di prestiti per comprare appartamenti.
Nel suo comunicato, il prefetto sottolinea come in percentuale il numero dei permessi falsi individuati dalla Procura sia esiguo: 232, su un totale di oltre 37mila domande di regolarizzazione presentate allo Sportello. Ma non è detto che il conto sia quello definitivo. E, per alcuni aspetti, ancora più inquietante dello scenario di corruzione venuto alla luce negli ultimi mesi, è il quadro che gli inquirenti hanno ricostruito dell’andamento generale dello Sportello anche negli anni precedenti. Secondo fonti autorevoli, in corso Monforte la raccomandazione era divenuta quasi una regola, in particolare per i permessi di soggiorno e lavoro per badanti e collaboratori domestici. I datori di lavoro - quasi sempre famiglie benestanti e fornite di solidi agganci - erano in grado di premere per fare avanzare le pratiche di loro interesse. Ma la quantità di pressioni era tale che lo Sportello lavorava quasi solo per disbrigare le raccomandazioni. Come sintetizza un investigatore in modo forse brutale ma efficace: «Lo Sportello funzionava a richiesta».
A margine del malcostume, si era sviluppato negli ultimi tempi - dopo che, grazie ad un decreto governativo il carico di lavoro si era decuplicato, rendendo inevitabile il ricorso al lavoro interinale - il giro di corruzione stroncato dall’inchiesta della Procura. Parlare di corruzione è inevitabile, anche se questa accusa non viene formalmente contestata alla Scuteri e ai suo colleghi perché il pm Alfredo Robledo non ha ritenuto di poterli considerare pubblici ufficiali. Ma il conto rischia di essere lo stesso piuttosto salato: il reato più grave indicato nell’ordine di custodia, il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, può infatti essere punito con il carcere fino a dodici anni.