Tartaglia resta in cella: può rifarlo

MilanoHa problemi psichiatrici, ma non è un folle. Sa quel che ha fatto. Anzi, potrebbe pure riprovarci e tentare una nuova aggressione, come quella andata in scena domenica sera a Milano. Per questo Massimo Tartaglia resta in cella, a San Vittore. Il gip Cristina Di Censo ha sciolto il nodo optando per la linea dura. Per il giudice, Tartaglia è un uomo mentalmente disturbato, ma è capace di intendere e di volere. Ed è pericoloso. Ha commesso un atto volontario per avversione nei confronti del premier, potrebbe pure ripassargli per la mente un’idea del genere. Non solo: potrebbe pure inquinare le prove, per il semplice motivo che le indagini non sono ancora finite. Certo, la Procura va di gran carriera, l’indagine potrebbe chiudersi rapidamente con una richiesta di rinvio a giudizio, ma intanto è meglio congelare la situazione con tutti gli accorgimenti del caso.
Tartaglia, almeno per ora, resta blindato nel Centro di osservazione neuropsichiatrica del carcere milanese: è in una cella singola, è sorvegliato 24 ore su 24, con un agente fisso davanti alla porta, verrà sottoposto a un monitoraggio psichiatrico costante.
Il giudice però non se l’è sentita di sposare la linea della difesa che chiedeva il ricovero in ospedale, in attesa che Tartaglia potesse raggiungere una comunità ad hoc. Non se ne parla, almeno per ora, il progetto apre azzardato, anche se il magistrato fa i salti mortali per conciliare le diverse esigenze: evitare alti gesti inconsulti e nello stesso tempo non dimenticare che ci si trova davanti a una personalità problematica, fragile, non del tutto lineare. In ogni caso, la strada verso la libertà è sbarrata su tutti i lati, anche sul terzo: per il giudice la permanenza in una comunità terapeutica potrebbe favorire la fuga, più difficile dietro le mura di una prigione.
Tanti elementi come tanti mattoni di un muro invalicabile. E allora anche i difensori del grafico di Cesano Boscone si fermano per capire come comportarsi: «La questione è delicata - riconosce l’avvocato Daniela Insalaco - dobbiamo avere il tempo di esaminare bene l’ordinanza del gip nell’interesse del nostro assistito per valutare il da farsi. Le motivazioni - è la conclusione - le abbiamo lette superficialmente insieme all’assistito e necessitano di un esame approfondito».
La difesa si prende una pausa di qualche ora per calibrare la strategia, ma è evidente che una parte almeno del caso si giocherà sul profilo dell’uomo. Ha un vizio, anche parziale, di mente? Se così fosse la pena, eventuale, potrebbe scendere. Sull’altro versante, anche l’accusa si attrezza e oggi il Procuratore aggiunto Armando Spataro, il magistrato che ha interrogato a lungo Tartaglia, incontrerà il capo della Procura Manlio Minale. Scopo del summit: decidere se disporre una consulenza tecnica su Tartaglia affidando l’incarico a uno psichiatra. L’accusa dispone già di qualche elemento: la relazione del medico curante, la dottoressa Lidia Mele, che da sei anni ha in cura il grafico; ancora, gli elementi raccolti dagli specialisti che operano a San Vittore, ma è evidente che si tratta di dati che devono essere approfonditi per arrivare a un quadro definitivo. Il risultato sarebbe molto importante, anzi decisivo: perché a quel punto la Procura saprebbe se considerare Tartaglia un criminale, un malato o una via di mezzo fra le due cose.
Intanto, l’inchiesta corre verso la conclusione. Per gli investigatori, che hanno riesaminato filmati e immagini, Tartaglia ha agito da solo. Il responsabile organizzativo dei Club della libertà Andrea Di Sorte ripete di aver avuto la «percezione» che Tartaglia fosse spalleggiato da un complice: «Ha fatto un movimento all’indietro, si è girato - ha spiegato il giovane al Giornale - mi è parso che qualcuno gli passasse qualcosa». La polizia non ha trovato però alcun riscontro al racconto di Di Sorte. Tartaglia avrebbe fatto tutto da solo. Spinto da un furore incontenibile: alterato, ma non folle.