Tarzan moderna: "Torno nella giungla"

Rochom era stata restituita alla civiltà due anni fa dopo che ne aveva
vissuti venti come un animale nella foresta cambogiana. Ma lei si
rifiuta di parlare e di mangiare. E fa di tutto per scappare "a casa"

Di Tarzan, e di Jane della giungla, non ha mai sentito parlare. Non ha visto il film e il cartone animato perché non è mai andata al cinema, pur avendo oggi 28 anni. Non ha mai neppure letto il celebre libro di Edgar Rice Burroughs, anche perché non ha mai imparato a leggere e scrivere. Quanto a parlare: be’, più che parole, quelli che emette sono più simili a strida...
Si chiama Rochom P'ngieng, ed è l'ultimo essere umano, di un campionario piuttosto nutrito, ad essere restituito alla civiltà dalla giungla. Ma è su questo termine - civiltà - che bisognerebbe forse intendersi. Perché a Rochom, per esempio, quel che noi chiamiamo civiltà non piace per niente, e tutto ciò che vuole è tornarsene laggiù, nella bollente giungla cambogiana dove è vissuta per vent'anni senza mai venire a contatto con esseri umani.
Dal 2007, quando l'hanno trovata, Rochom non ha ancora imparato ad articolare suoni intelligibili e rifiuta di indossare qualsiasi vestito. Come certi passeri che catturati preferiscono farsi morire d'inedia, piuttosto che assoggettarsi a stare in gabbia, Rochom nell'ultimo mese si è rifiutata di assumere cibo. E quando i suoi genitori l'hanno portata in ospedale era talmente terrorizzata e agitata che se la sono dovuta riportare a casa.
È la strana storia - strana ma anche bella triste - di una donna che nella foto in cui è ritratta accanto ai suoi genitori sembra ancora una bambina. Quella bambina che un mattino del 1989, aveva otto anni, sparì misteriosamente mentre stava portando al pascolo una mandria di bufali d'acqua nella provincia di Ratanakkiri, ai confini col Vietnam, a nord ovest della capitale Phnom Penh. Sal Lou, suo padre, poliziotto di villaggio, la guarda e scuote la testa sconsolato: «Le sue condizioni fisiche sono addirittura peggiorate rispetto a due anni fa, quando l'abbiamo ritrovata. Ancora oggi, nonostante veda le comodità della vita moderna in cui noi viviamo, il suo istinto la riporta lì dove ha trascorso gli ultimi venti anni, nella giungla. È lì che ogni volta, appena la perdiamo di vista un momento, punta a tornarsene. Per un mese di fila ha rifiutato di mangiare il riso che le offrivamo e in due anni, non siamo riusciti a insegnarle neppure una parola. Quelli che emette sono solo suoni inarticolati, più vicini a quelli delle bestie che abitano nella foresta che a quelli degli esseri umani. Si muove e agisce come se fosse una scimmia».
Pensava di aver ritrovato la sua bambina, papà Sal, quando un contadino che l'aveva sorpresa a rubacchiare ai margini della sua fattoria diede la notizia di aver catturato una specie di donna scimmia. Sporca, i capelli ridotti a una stoppaglia ingrommata, la postura identica a quella di una scimmia, Rochom procedeva a balzelloni e a quattro zampe, appoggiandosi alle nocche delle dita. Esattamente come Cita, la scimmia di Tarzan. Veniva dal folto di una giungla famosa in Cambogia per aver dato riparo, in passato, ad alcune tribù di collina che vi si erano rifugiate, nel 1979, dopo la caduta del sanguinario regime dei khmer rossi, che le tribù avevano appoggiato. Ma se avesse vissuto con loro, Rochom non si sarebbe inselvatichita. No, tutto faceva pensare che avesse vissuto lontano da altri esseri umani, forse insieme con una tribù di scimmie.
Sal, il poliziotto, ebbe subito l'intuizione che poteva essere la figlia scomparsa. Ma era - è - lei? Lui dice di sì, che è sicuro, che l'ha riconosciuta per via di una vecchia cicatrice che la bambina aveva su una guancia. Ma dopo due anni di inutili tentativi, lo sconsolato poliziotto di villaggio si sta rendendo conto che forse l'ha persa per sempre, quella bambina adorata, quella mattina di vent'anni fa.
Lunedì scorso, quando l'hanno portata all'ospedale provinciale di Ratanakkiri, Rochom era così denutrita che i medici hanno temuto per la sua vita. Ma non c'è stato niente da fare. Ha assunto un po' di cibo, si è rifocillata, ma alla prima disattenzione delle infermiere ha cercato di fuggire. «Per tutto il tempo in cui è rimasta in ospedale - spiega il padre - abbiamo dovuto tenerla per mano. In genere è l'unico modo in cui riesce a trovare un po' di calma. Però in ospedale, in quell'ambiente troppo pulito, così ordinato, così asettico, Rochom era più inquieta del solito. Ogni volta che io o mia moglie ci allontanavamo, lei si toglieva i vestiti, come una furia, e cercava di scappare». Sicché papà Sal pensa che l'unica, forse, è chiedere il ricovero della sua «bambina-scimmia» in un centro specializzato, dove potranno prendersi cura di lei come lui e sua moglie non sanno fare. Ma non servirà. Perché è della civiltà, dei suoi rumori, della sua puzza, del suo caos, dei rapporti umani così incomprensibili, che Rochom non vuole saperne.