Una task force per l’emergenza treni

Il ministro: «Risorse utilizzate al meglio, anche coi tagli del 40%»

da Milano

L’incontro comincia con qualche minuto di ritardo. Il clima è disteso, ma il ministro sa che non è il caso di tergiversare. La questione è semplice: i treni non vanno, si rompono, deragliano, sono quasi sempre in ritardo. Ci sono stati anche dei morti. Il sistema ferroviario italiano è in crisi. Pietro Lunardi guarda Elio Catania e dice: «Tutto questo è inaccettabile. Dobbiamo fare qualcosa». Il presidente delle Ferrovie fa cenno di sì con la testa: «Sono d’accordo con lei. Bisogna fare qualcosa». È questo il primo punto fermo del vertice tra governo e Trenitalia. Il resto è l’analisi di cosa non funziona e di ciò che bisogna fare per uscire dalla crisi.
La prossima mossa, concordano Lunardi e Catania, è istituire una commissione speciale «con incarichi di supervisione e controllo delle attività di assistenza alla clientela in situazioni di emergenza». Non si deve ripetere ciò che è accaduto, l’altro giorno, a Civitanova Marche, quando 3.500 passeggeri sono rimasti bloccati tutta la notte in stazione, senza acqua e senza coperte. Gli aiuti sono arrivati tardi e la gente era lì, senza sapere cosa fare, disorientata e imbufalita. È questo il problema, il danno non deve diventare beffa. È il minimo, ma è chiaro che non basta. È necessario risolvere anche i problemi strutturali. Catania ha promesso che la holding delle Fs, in questa fase, svolgerà un ruolo più forte e incisivo. I vertici delle Ferrovie useranno la mano pesante: «Faremo ricorso a una task force che ottimizzi le attuali condizioni dell’offerta ferroviaria. Un’offerta che non è in grado, per carenza di materiale rotabile, di rispondere alle esigenze della domanda di trasporto che finalmente sta, giorno dopo giorno, scoprendo la ferrovia». Il discorso di Catania è semplice: il sistema ferroviario non è adeguato ai tempi moderni. L’offerta, in quantità e qualità, non è in grado di sostenere la domanda. È qui che bisogna intervenire. È il discorso delle grandi opere e dell’alta velocità, ma non solo. Le ferrovie italiane devono migliorare anche nel quotidiano, nel rapporto che hanno con i pendolari, con chi viaggia ogni giorno ed è stufo di orari ballerini, imponderabili, di convivere con il ritardo sistematico, con i vagoni sporchi, con i treni locali che sono, spesso, un’esperienza da vecchio e lontano West. È un punto su cui Lunardi e Catania, il ministro e il capo delle Ferrovie, hanno parlato a lungo. «Entro gennaio - fa sapere Elio Catania - faremo riunioni operative con tutte le regioni, per controllare la corrispondenza del nuovo orario con le esigenze di puntualità, ed intervenire lì dove è necessario». Le ferrovie devono riconquistare il rapporto con il territorio, con la provincia. Non basta limare i tempi di viaggio tra Roma e Milano se la tratta Frosinone-Cassino, solo per fare un esempio, diventa un’avventura. Interminabile. Ma forse Catania ha ragione quando dice: «Quello che stiamo vivendo nelle Ferrovie è una crisi di crescita. Mancano i treni. Non è una crisi irreversibile, ma solo un’emergenza temporanea».
È troppo facile, ora, vedere tutto nero. Lunardi, alla fine dell’incontro, riconosce a Catania il lavoro svolto in questo anno e mezzo di presidenza. Sono stati fatti investimenti importanti: otto miliardi di euro nel solo 2005. Durante le vacanze natalizie 8 milioni di persone sono salite su un treno. «Le risorse - ha ricordato il ministro - sono state utilizzate al meglio, anche se lo Stato ha tagliato il 40 per cento dei fondi destinati alle Ferrovie. E in tutto questo i biglietti non sono aumentati».
Sono passati due giorni e mezzo dal grande caos dell’Adriatica. Ad Ancona l’Eurostar Lecce-Milano ha avuto un guasto. Solite maledizioni tra i viaggiatori. Altri disagi, stessa provincia. I binari danneggiati dal deragliamento dell’Intercity 784 Crotone-Milano sono tornati al loro posto. I collegamenti tra Nord e Sud, lungo la dorsale, sono ancora un po’ precari. Ritardi anche oggi, insomma. La procura di Ancona ha aperto un’inchiesta, senza indagati e senza ipotesi di reato, per accertare se davvero il 7 gennaio si sia sfiorato il disastro colposo. Se quel treno traballante, con il carrello surriscaldato e l’olio che gocciolava già da un po’, doveva essere fermato prima, prima che deragliasse. La fiducia sul vecchio e glorioso treno è al minimo. E questa è l’unica buona notizia. Basta poco per migliorare.