Tassa rifiuti pagata doppia: la rivolta degli imprenditori

Le aziende che si servono di ditte specializzate e convenzionate per lo smaltimento non vogliono più versare la Tia all’Amiu

Piccole imprese contro Amiu. Succede a Genova da dove sta partendo una rivolta contro la tassa sui rifiuti solidi urbani applicata ad aziende che producono rifiuti speciali da smaltire con appositi regolamenti regionali. A capitanare la protesta c’è Walter Pilloni, amministratore delegato della Teknit (che produce circuiti stampati professionali e multistrati), che ha inviato ai quotidiani cittadini una lettera dove si precisano le ragioni di quella che potrebbe presto diventare una massiccia e contagiosa rivolta contro Amiu. «Ieri era la Tarsu, oggi è la Tia - spiega Pilloni -, ma sia in un caso sia nell’altro si tratta di una tariffa per lo smaltimento dei rifiuti. Peccato che un’azienda come la mia dove tutti e ripeto tutti i rifiuti sono smaltiti in maniera autonoma riceve un bollettino della Tia con una cifra da pagare pari a 15mila euro all’anno. Io invece ne spendo altri 20mila per smaltire i rifiuti con una ditta convenzionata con la Regione».
Pilloni - che in questi giorni sta raccogliendo consensi da colleghi e imprenditori genovesi di ogni parte della città - ha già avviato da tempo una battaglia legale. «Di solito i ricorsi contro la Tia, prima Tarsu - si perdono in primo grado e magari anche in appello, ma in Cassazione il giudizio è a favore del cittadino - spiega -. Io, per esempio, sono cinque anni che faccio ricorso contro l’imposta e sono già in Cassazione con la Tarsu relativa al 2001 e sto aspettando che i giudici si esprimano questa volta in mio favore. Anche perché accade soltanto a Genova che un’impresa debba per forza essere soggetta a questa tariffa pur non usufruendo del servizio Amiu. In tutti gli altri Comuni questo problema non esiste». Ma la questione è molto delicata visto che per chi non paga scatta la morosità e l’ipoteca sull’immobile aziendale. In questo caso diventa difficile ottenere prestiti dalle banche, tutto si fa più complicato.
«È inutile dimostrate che un’azienda si serve di privati per lo smaltimento, la Tarsu viene richiesta comunque - spiega Pilloni -. Altrettanto inutile dimostrare che la propria attività necessita di ampi spazi espositivi solo in conseguenza del volume dei propri prodotti. L’incredibile criterio applicato per l’applicazione della Tia è inamovibile: più superficie hai e più devi pagare. Ma per contestare questo bizzarro principio basterebbe appellarsi a un altro principio molto più realistico che è quello che distingue la tassa dalla tariffa: in altre parole emetto fattura se ti fornisco un bene o un servizio. Ma a Genova non sembra questa logica a guidare le decisioni».
Secondo gli imprenditori il criterio migliore sarebbe quello che contraddistingue l’imposizione della Tia per le famiglie: se c’è una persona sola per cento metri paga meno che se ad abitare la stessa superficie ci sono in quattro.