Una tassa sugli atleti: scivolone della Federsci

L’imbarazzante retromarcia della dirigenza della Fisi, dopo la vibrata
protesta della Karbon e di Moelgg e l’intervento del presidente del
Coni Petrucci. È stata la Paruzzi, ora consigliere federale, ad avvisare gli ex colleghi

Che il mondo dello sport sia alla ricerca disperata di qualsiasi forma di sovvenzione, è un dato di fatto. Che la federsci si voglia distinguere per originalità è un altra realtà innegabile. La vicenda è nota: la rivolta degli atleti contro la federazione che vorrebbe tassare del 30% i loro proventi delle sponsorizzazioni principali per rimpinguare le casse. Proposito che ora - dopo l’intervento del presidente del Coni Petrucci - la federsci smentisce. Ma che invece - questa è la novità - è stato reso noto da fonte certa, cioè Gabriella Paruzzi, volto noto del fondo e anche consigliere federale. Altro che invenzione giornalistica.

A noi del Giornale dispiace il fatto che per nascondere una verità scomoda sia stata attaccata e screditata in prima persona una collega e soprattutto una ex grande sciatrice come Maria Rosa Quario, Ninna per chi frequenta da sempre la neve. A lei abbiamo lasciato la risposta alla lettera di un avvocato che si è pure preso la briga di mandare copia all’Ordine dei Giornalisti (?), noi invece diciamo che l’articolo della Quario era documentato, fondato e scritto per spiegare la presa di posizione di Denise Karbon, a cui non risulta che la Fisi abbia chiesto rettifiche o smentite. Se poi la Fisi l’ha giudicato «gratuito, pieno di errori grossolani e lesivo della propria immagine», sono giudizi del tutto soggettivi che ovviamente respingiamo al mittente, certi come siamo che Ninna Quario abbia scritto con il solito scrupoloso senso cronistico che non l’ha mai vista protagonista di «sparate» gratuite. D’altra parte appunto, persino il presidente del Coni Petrucci ha definito «fantasiose e inopportune» le ipotesi di trattenute sulle sponsorizzazioni degli atleti. E non sappiamo se la Fisi giudichi gratuito e grossolano anche il suo intervento.

La federazione, piuttosto, vorrebbe veder scritto sui giornali che «si fa carico delle spese per gli stipendi dei tecnici, per le trasferte e per gli allenamenti», o che «si preoccupa di promuovere gli sport invernali sul territorio»? Ma, si direbbe in gergo giornalistico, dov’è la notizia? Ci mancherebbe anche che non lo facesse... Ciò che stupisce semmai è quanto scritto in un comunicato diffuso nei giorni scorsi: «La Fisi sta studiando un provvedimento per far sì che gli atleti contribuiscano in qualche forma all’impegno che la federazione si assume nei loro confronti». Ma da quando un atleta deve contribuire al mantenimento di una federazione? Non si è mai visto in nessuno sport. Fatta salva la quota versata per il tesseramento: 27,5 euro, che moltiplicati per poco più di 100mila tesserati fanno circa 3 milioni. E questo non è un «contributo all’impegno della federazione»? E le quote di affiliazione dei circa 1800 sci club (da 52 a 155 euro) chi le intasca? E per quale motivo se non pagare l’attività e promuovere lo sport della neve?

Poi si legge ancora che «le sponsorizzazioni degli atleti richiedono un consenso della federazione, sinora concesso di fatto automaticamente». Bontà sua, soprattutto sapendo che su tutti gli sponsor (escluso quello principale), la Fisi trattiene il 30%. E comunque su ogni contratto stipulato da un atleta, la Fisi può controllare i guadagni, alla faccia della privacy. Peccato che poi gli atleti si debbano pagare skymen, manager e addetti stampa, come è giusto che sia. Infine il viaggio del presidente Morzenti in Argentina che gli atleti contestano: nessuno ha mai parlato di «vacanza» come insinua il comunicato federale. Ma se uno dei motivi era «far sentire la sua vicinanza agli atleti», siamo sicuri che non avrà raccolto molti attestati di solidarietà. L’idea che la Fisi volesse (tar)tassare gli azzurri non era solo nostra.