Dopo la tassa sulle vacanze non ci resta che piangere...

Carlo Cambi*

«Quanti siete? Dove andate? Un fiorino...». Era la scena del gabelliere medievale che chiedeva ottusamente il balzello a chiunque entrasse o uscisse dalla città. Esilarante se si tratta di fiction, inquietante se diviene un dato d’esperienza. Questo governo è riuscito a trasformare la fantasia in realtà. Del resto quel film è perfettamente in linea con la Finanziaria in discussione in Parlamento. S’intitolava Non ci resta che piangere e la mente corre alla nostra condizione di cittadini-sudditi e a un manifesto di propaganda classista comparso nelle scorse settimane a firma Rifondazione Comunista.
La famigerata, assurda, medievale gabella della tassa di soggiorno dovrebbe essere tassa di scopo, cioè finalizzata a sostenere il settore sulla quale è applicata. Ma c’è da sospettare che lo sia solo sulla carta. Questo odioso balzello, una sorta di cedolare secca sul diritto al riposo sancito peraltro dalla Costituzione, rischia di compromettere del tutto la nostra appetibilità turistica e si presta a due considerazioni: una sull’iniquità, l’altra sul non sviluppo. L’ho già denunciato su Il Giornale nelle scorse settimane: la tassa di soggiorno vale all’incirca un miliardo e mezzo di euro che sono sottratti al valore aggiunto creato dal turismo. La tassa di soggiorno non è una tassa pesante, è semplicemente una tassa stupida che peraltro contraddice le pretese di equità della Finanziaria. E vediamo perché. Essendo concepita in cifra fissa colpisce tutti in maniera indiscriminata. Una famiglia di quattro persone – di quelle che la Finanziaria intende tutelare – se va in un paesino ha un prelievo aggiuntivo di 8 euro al giorno (bambini compresi), venti se per caso fa una gitarella a Roma. Questa cifra rimane eguale sia che si soggiorni in una pensioncina come se si alloggia in un cinque stelle lusso. La non progressività della tassa fa sì che pesi di più in maniera inversamente proporzionale al confort dell’alloggio scelto. Su un due stelle di Siena pesa per il 5 per cento della tariffa alberghiera, su un cinque stelle appena per lo 0,5%.
Il secondo motivo di iniquità risiede nel fatto che questa tassa, sulla cui esigibilità è lecito dubitare e che alla fine si rivelerà più costosa del gettito effettivo che produce, si applica sulle presenze denunciate. Quindi solo le strutture ricettive dovranno versarla fino all’ultimo euro perché chi affitta in nero le seconde case certo non si precipiterà a dichiarare quanti «ospiti» (che è la formula scelta per evadere le altre tasse) ha ricevuto. E anche se il nostro immobiliarista affitta alla luce del sole chi controllerà quante persone hanno occupato realmente l’appartamento? A meno che il viceministro Fisco (pardon Visco) non istituisca un corpo speciale della Guardia di Finanza – il Notte (Nucleo osservazione turisti terribilmente evasori) - o doti tutte le abitazioni di una web-cam con la quale realizzare il primo reality fiscale: il Grande Tinello! La verità è che questa tassa dannosa è un lampante esempio di come la Finanziaria sia contraddittoria: almeno in fatto di turismo si premia la rendita a discapito del profitto.
Il terzo elemento di iniquità è il dato statistico: in Italia il turismo è alimentato dagli italiani stessi che rappresentano il 71% delle presenze. E saranno solo loro a pagare. Gli operatori stranieri hanno già stretto accordi con i nostri albergatori per la prossima stagione. E hanno fissato il prezzo. Nessuno può più ritoccare il listino, pena di vedersi stracciare il contratto. Perciò sarà il gestore a sottrarre dal suo guadagno i cinque euro. Ma lo stesso albergatore quando riceverà un turista italiano maggiorerà la tariffa dell’importo: un ottimo incentivo per farsi «migranti» all’estero per le vacanze. È così che si intende difendere e rilanciare il nostro turismo?
*Docente di Teorie e politica
del Turismo Università di Macerata