Tassare la Borsa, idea da no global

Tra le imposte strambe, quella sulle transazioni finanziarie, è una
delle più strambe. Colpisce una transazione, che normalmente è già
gravata da piccoli bolli, da lievissime imposte che sono sostanzialmente
costi fissi

Su due cose Angela Merkel e Nicolas Sarkozy avevano il mandato per concordare importanti decisioni, di due cose dovevano occuparsi nel loro pomposissimo vertice salva-mondo. Quelle due cose erano: la volontà o meno di aumentare il fondo europeo per le crisi finanziarie (c'era da dire sì o no, hanno detto «no») e la volontà o meno di sostenere a breve la nascita degli eurobond (c'era da dire sì o no e hanno detto «per ora no»). Un tema non era loro richiesto e non era nelle loro competenze: quello della eventuale tassazione delle transazioni finanziarie. Ovviamente ne hanno parlato a lungo, mostrando decisionismo e seminando una notevole confusione sui mercati.
Tra le imposte strambe, quella sulle transazioni finanziarie, è una delle più strambe. Colpisce una transazione, che normalmente è già gravata da piccoli bolli, da lievissime imposte che sono sostanzialmente costi fissi. Nella sua versione accademica, quella attribuita (ma lui ogni volta che lo chiamavano in causa non si diceva d'accordo) al Premio Nobel per l'economia James Tobin, l'imposta avrebbe dovuto essere applicata sulle transazioni, nel caso specifico acquisti e vendite, realizzate in tempi brevissimi e quindi tipicamente legate alla realizzazione di un veloce guadagno di tipo puramente finanziario. La sua era stata una specie di provocazione, di battuta, di idea scaricata lì per dire che i mercati agivano in modo sempre più incontrollabile e veloce e che, per assurdo, si sarebbe potuto pensare a frenare con un'imposta la corsa vorticosa delle transazioni. Una battuta, un esempio accademico, mai presi sul serio da nessun governante al mondo.
E invece ecco i nostri neo-noglobal presidente e cancelliere pronti a seminare la paura, come è subito successo, proponendo a due voci la strambissima tassa sulle transazioni finanziarie. Vediamo qualche conseguenza pratica dell'idea. L'euro verrebbe subito considerato una valuta da tenere sotto osservazione, evidentemente tarato da qualche problema finora ben nascosto, se due dei suoi massimi utenti temono tanto il mercato da voler frenare le transazioni. Le Borse europee avrebbero ovviamente i loro guai. Londra, presumibilmente pronta a mandare a quel paese la proposta dei Paesi euro, si rafforzerebbe ulteriormente come piazza finanziaria. Altri mercati, magari in Asia, avrebbero buon gioco a proporsi per le quotazioni di valori europei.
La tassa è pura ostentazione, utile per chissà quale misteriosa opinione pubblica europea. I due governanti, svicolando dalle due questioni che avrebbero dovuto veramente affrontare, e proponendo (bum!) un super governo economico europeo, da affidare a quel gigante di Van Rompuy, hanno mostrato sempre più la corda rispetto al vero commissariamento in corso in questi giorni. Tutte le autorità europee, per prima la Commissione, e poi il Consiglio e l'Ecofin, sono stati travolti dal potere diretto, centrale potremmo dire, che ha una sola istituzione europea: la banca centrale. A Francoforte si decide a maggioranza, si decide rapidamente e le scelte non passano attraverso parlamenti ma sono subito operative. Questo aspetto non viene quasi mai messo in evidenza, ma la banca centrale europea lavora in un quadro di pesi e contrappesi completamente diverso rispetto alle altre istituzioni europee. E ha il potere sulla moneta (e in un certo senso anche i cordoni della borsa) senza doverne quasi rendere conto. I governi, nella loro espressione comunitaria, ne sono stati travolti. E ora annaspano. E sparano imposte che nessuno mai applicherà.