«Tassazione delle imprese la riforma è da riformare»

Ecco le proposte dei ragionieri commercialisti alla Commissione

Ires, una riforma da riformare. La tassazione delle imprese e le proposte di modifica sono state appunto il tema del confronto fra la commissione presieduta dal senatore Salvatore Biasco e una delegazione congiunta dei consigli nazionali dei dottori e dei ragionieri commercialisti. Ne faceva parte Paolo Moretti, presidente della Fondazione Pacioli e delegato per la fiscalità del Collegio nazionale ragionieri, e con lui approfondiamo la questione.
Quali sono le vostre richieste?
«È necessario anzitutto dare continuità al sistema, mantenendo gli obiettivi strategici di riforma, al di là di decisioni, che pure ci sono state, ispirate da contingenti esigenze di gettito. La nostra richiesta è quella di un sistema fiscale semplice, stabile, con norme certe, non retroattive e codificate. Lo si deve ai contribuenti e lo richiede la competitività».
In che senso?
«Da tempo diciamo che il sistema fiscale italiano richiede norme stabili e armonizzate con quelle degli altri Paesi della Ue. In questo senso, è opportuno anzitutto intervenire riducendo le aliquote, che sono fra le più alte d’Europa, sull’esempio di quanto sta facendo ad esempio la Germania di Angela Merkel. Il vantaggio per il sistema Paese è evidente: aumenterebbe infatti l’appetibilità per gli investitori, anche e soprattutto stranieri, senza alcun danno per il gettito complessivo, in quanto potrebbe valutarsi un qualche aumento della base imponibile. Ma non è l’unico difetto del nostro sistema».
A che cosa si riferisce?
«Alla complessità: un record negativo per il nostro Paese. Abbiamo bisogno di semplificare la legislazione e codificarne le norme in modo organico: un obiettivo che, tra l’altro, era chiaramente previsto nel decreto istitutivo della riforma fin dal 2003 e non è mai stato attuato. Soprattutto, bisogna intervenire sulla decorrenza delle norme».
Che cosa intende?
«Non possono esserci norme retroattive. Lo stabilisce del resto chiaramente il codice civile, che all’articolo 11 delle disposizioni preliminari afferma: «La legge non dispone che per l’avvenire e non ha effetti retroattivi». Questo principio è stato recepito dallo Statuto del contribuente che all’articolo 3 recita: «Salvo le norme di interpretazione, le disposizioni tributarie non possono avere effetto retroattivo». Anche qui, peraltro, si tratta di un’esigenza di competitività, oltre che di giustizia redistributiva: quale imprenditore, italiano ma ancor più straniero, è incoraggiato a investire in un Paese dove possono esistere norme retroattive?»
La domanda è ovviamente retorica.
«Infatti. Ma vorrei ancora ricordare un elemento chiave: i principi contabili internazionali Ias/Ifrs, che sono stati in gran parte recepiti nel nostro Paese, e lo saranno ancor più prossimamente. Questo implica che il sistema fiscale va adattato a questi nuovi principi di bilancio: chiunque metterà mano alla correzione della riforma dovrà tenerne conto. E di cose da sistemare ce ne sono parecchie».
Ad esempio?
«Tra gli elementi a nostro avviso da cancellare, perché hanno dimostrato di non funzionare, e da sostituire con alternative più adeguate, ci sono anzitutto la Pex, ossia il regime di esenzione delle plusvalenze da realizzo di partecipazioni, che deve essere omogeneizzata con la detrazione delle minusvalenze, anche per essere coerente con la legislazione europea. Lo stesso vale per la «thin capitalization», cioè il sistema di detrazione degli interessi passivi in presenza di partecipazioni, e il cosiddetto pro rata patrimoniale. Ma va affrontato anche il tema dei paradisi fiscali».
In che modo?
«Va corretto il meccanismo della detraibilità dei costi sostenuti dalle imprese italiane per acquisti in questi Paesi. È previsto infatti che l’azienda dimostri al Fisco che ha acquistato da una società operativa in quel settore di attività - per evitare dichiarazioni fittizie - indicandolo poi nella dichiarazione dei redditi. Cosa, quest’ultima, che moltissimi contribuenti si sono dimenticati di fare, perdendo quindi la detraibilità dei costi. Ne è nato un contenzioso di enormi proporzioni, con valanghe di ricorsi presso le Commissioni tributarie, che peraltro in molti casi stanno dando ragione ai contribuenti. È evidente del resto che si tratta di errori commessi in buona fede, visto che basterebbe una semplice triangolazione per eludere le imposte».