Tasse, liti, ministri in piazza: un tormento lungo 618 giorni

Il Professore ha sempre ostentato ottimismo: "Dureremo cinque anni". Ma contro di lui hanno protestato persino i membri del suo esecutivo. Risse per le poltrone, cortei di tassisti, commercianti, operai, autotrasportatori: scontentata tutta Italia

Roma - «Governo, ci toccherà un Prodino», titolava il Giornale il 12 aprile 2006. Un’istantanea scattata il giorno dopo le elezioni con il futuro premier a stappare champagne con lo stato maggiore dell’Unione in Piazza Santi Apostoli (il loft era di là da venire; ndr). Ancora una volta il fattore C aveva aiutato il Professore consegnandoli grazie a 24.755 voti alla Camera e ai senatori eletti all’estero una maggioranza più virtuale che reale.

Una frase quasi profetica del politico reggiano ne sintetizza l’ostinazione e la pervicacia nel conciliare gli opposti. «Sono un Ercolinosempreinpiedi, solo che lui dondola io no», disse al termine dell’epica cicloscalata a Santiago di Compostela.

Ma questa volta il Pordoi mastelliano è stato fatale. Il secondo governo Prodi è vissuto meno del primo: soli 618 giorni contro gli 887 della prima esperienza. Eppure questa nuova avventura era iniziata imbarcando pure Rifondazione, causa del crollo del 9 ottobre 1998. Il Professore, così, non solo è durato meno della prima volta, ma non potrà migliorare il record di longevità del Berlusconi II (1.412 giorni). Venti mesi di tentennamenti, tira e molla, sfinimenti, polemiche, nomine, manifestazioni, litigi. Eppure «Domani è un altro giorno» recitava lo slogan elettorale diessino. Se l’Italia è lo specchio di questi venti mesi, allora buonanotte!

La mozzarella «È una squadra, la nostra, omogenea e coesa, dureremo cinque anni». A Prodi l’ottimismo non ha mai fatto difetto. «La lista dei ministri? Ce l’ho in tasca», disse nel maggio 2006 tenuto a bagnomaria dall’ingorgo istituzionale. Le cose andarono diversamente: stracci che volavano tra Ds e Margherita per il numero dei ministeri, Di Pietro da subito contro Mastella che rivendicava per sé un ministero di peso. Il compromesso fu trovato con la creazione di un esecutivo monstre: 102 poltrone tra ministri e sottosegretari. «Sa come si fa la mozzarella? Si gira con pazienza e si forma una matassa. Diciamo che sto facendo una mozzarella», disse il premier vantando le proprie doti di mediatore.

Di lotta e di governo Con «Prodi 2 - Il ritorno». Tutta l’Italia ha riscoperto il gusto di scendere in piazza per protestare. Non succedeva dagli anni Settanta. Lo hanno fatto i tassisti contro il decreto Bersani, i commercianti contro la Finanziaria 2007, gli operai per il rinnovo del contratto e gli autotrasportatori e chi più ne ha più ne metta. Singolare è che l’abbiano fatto anche autorevoli esponenti dell’esecutivo. Antonio Di Pietro con tanto di megafono fuori da Montecitorio per protestare contro l’indulto. Paolo Cento, Patrizia Sentinelli, Rosa Rinaldi in corteo contro il precariato nel novembre 2006. Diliberto alla guida della manifestazione anti-Israele e anti Usa. Ancora Cento alla manifestazione vicentina anti-Dal Molin. Per concludere con i tre leader della sinistra radicale lasciati soli in Piazza del Popolo per dire no a Bush. «Folklore», ha sempre minimizzato il premier.

La stangata Con il ritorno di Vincenzo Visco al ministero dell’Economia era facilmente immaginabile che ci sarebbe stata una netta inversione di tendenza rispetto alla politica berlusconiana. Sessantasette (67!) nuove tasse nella Finanziaria 2007, un giochetto da 35 miliardi. «È un governo che ha cominciato a far pagare le tasse a chi non lo faceva», ha detto Prodi parlando martedì alla Camera. In realtà, gli stessi economisti sono scettici sul recupero dell’evasione e la Corte dei conti ha bocciato due Dpef su due e altre norme. Il dato certo è che il deficit (artatamente portato al 4,4% con l’aggiunta dei rimborsi Iva) è calato automaticamente, il resto è stato speso in mille rivoli. Ma vale la pena ricordare altre decisioni impopolari come il Tfr all’Inps, l’abbassamento dell’età pensionabile, l’aumento dei contributi sui precari. L’idillio con Confindustria si è infranto tanto velocemente come quello con gli italiani. I sondaggi sono in picchiata da settembre 2006. Si è perso il conto delle contestazioni a Prodi: nelle aule universitarie, nelle assemblee pubbliche, nelle inaugurazioni hanno sempre risuonato i fischi. Con il Vaticano il feeling non c’è mai stato: i rigurgiti laicisti e l’accanimento sulle unioni di fatto hanno interrotto il dialogo.

Linea rovente Al di là dei problematici rapporti con la magistratura e delle polemiche sull’utilizzo delle intercettazioni che hanno riguardato personaggi di primo piano come D’Alema e Fassino, il nocciolo della questione è un altro. Il secondo governo Prodi ha «interferito» in tutte le principali vicende economico-politiche di questi due anni: in primis proponendo una soluzione «casereccia» per il caso-Telecom (dimissioni di Rovati; ndr), poi cacciando il capo della Finanza Roberto Speciale e infine dettando l’agenda su tutte le operazioni di integrazione dalla benedizione di Intesa Sanpaolo e Uni-Capitalia alla consegna di Alitalia ad Air France fino alla bocciatura dipietrista di Auto-Abertis. «Un’ingerenza desolante», ebbe a commentare Luca di Montezemolo.

Ponte no, rifiuti sì Comunisti e ambientalisti hanno condizionato la coalizione con i veti. Sulla politica estera, provocando la crisi lampo di febbraio 2007 e subito rientrata con la minaccia prodiana «Dopo di me ci sono le elezioni». E sulle infrastrutture: no al Ponte sullo Stretto, no alla Tav, no ai termovalorizzatori, no al nucleare. Risultato? Il Paese è indietro e Napoli è sommersa dalla munnezza. «Non sono un uomo per tutte le stagioni», è uno dei ritornelli di Prodi. Ma in Italia il passato non passa mai.