Tasse sul caffè: il governo si beve 10 milioni

da Genova

Niente tasse? Il governo preferisce chiamarle in altro modo, ma intanto, per fare un esempio, si «beve» più di 10 milioni di euro solo con il caffé. E così via moltiplicando gli introiti con frutta esotica, vino d’importazione, e alimenti di ogni tipo che sbarcano nei porti italiani. L’allarme lo lanciano gli spedizionieri, ma purtroppo non è solo un timore. Perché il ministero della Salute la gabella l’ha già fatta e finita. È pubblicata sulla Gazzetta ufficiale del 24 agosto e dal 10 settembre diventerà operativa e tassante. Formalmente si tratta di un «ritocco» dei costi dei nulla osta sanitari rilasciati alle merci dei generi alimentari che arrivano nei porti italiani. Il fatto è che finora dare il via libera allo sbarco di un lotto (che potrebbe essere anche di un solo container) costava 6,33 euro, tra pochi giorni ci vorranno 250 euro per la stessa operazione.
Eccolo il caso del caffè. I dati dicono che l’anno scorso in Italia ne sono state importate 416mila tonnellate. Cioè sono stati necessari circa 41.600 «timbri» sanitari. Pratiche sbrigate in dogana con poco più di 250mila euro. Dal 10 settembre, grazie al ritocco deciso dagli uomini di Livia Turco, allo Stato andranno 10 milioni e 400mila euro. Solo per il caffè, appunto. Piero Lazzeri, presidente degli spedizionieri di Genova, principale scalo italiano, i conti li ha fin troppo chiari. E sa anche chi finirà per pagare la furbata del governo. «I costi inevitabilmente ricadranno sui consumatori - attacca -. Ma mi sembra fin troppo assurdo. Cosa pensano, di drenare soldi? Ma così ottengono solo la fuga delle merci e non incassano niente». Gli spedizionieri il 10 settembre tenteranno di far capire al governo quanto il problema sia banale e grave insieme. In ogni caso gli imprenditori metteranno in moto la catena dei ritocchi che arriverà fino alla tazzina del bar e agli scaffali dei supermercati. Tutti i prodotti alimentari d’importazione dovranno infatti pagare dazio in porto per un’operazione che gli addetti ai lavori assicurano essere peraltro solo una formalità. I controlli veri vengono fatti a campione, circa 5 container su 100 sono verificati davvero.
Gli amanti delle cifre «giocano» con le proporzioni della stangata in banchina, ma concordano sul fatto che l’aumento è qualcosa di inaudito. Quattrocento volte il valore del costo iniziale. Quattromila per cento di rincaro da un giorno all’altro se si preferisce usare un paragone da inflazione. Cifre talmente incredibili che c’è anche chi si sforza di non crederci. «Mi auguro si tratti di un errore e che ci possa essere un rapido ripensamento - interviene Nicola Coccia, presidente della Confitarma, la Confederazione italiana degli armatori -. In caso contrario i danni per la portualità italiana, ma anche per il sistema-Paese sottoposto ai rischi di un provvedimento inflazionistico, potrebbero risultare disastrosi». E infatti la sua analisi indica tre gravi rischi provocati dal governo Prodi che ripete di non voler mettere nuove tasse. La portualità italiana infatti verrebbe penalizzata. I traffici sarebbero deviati su altri porti stranieri per evitare spese assurde. Problemi di concorrenza che già sono molto sentiti. Confetra, la confederazione generale dei trasporti, assicura che la competitività italiana si gioca già su «poche decine di euro» rispetto agli scali francesi o sloveni. «Scelta da autolesionisti», liquidano i trasportatori l’idea di Prodi. Un altro nome per non dire nuove tasse.