Tasse sulla benzina? Usiamole contro lo smog

Giannino della Frattina

«Mi faccia il pieno». Come andare in gioielleria, mai come oggi un salasso. Per forza, oltre al costo del carburante ci sono 1,90 lire che lo Stato destina alla guerra d’Abissinia, 14 per la crisi di Suez, 10 per il disastro nel Vajont, altre 10 per l’alluvione di Firenze. E poi 10 lire per il terremoto del Belice, 99 per quello del Friuli. E come negarne 75 all’Irpinia e 205 alla missione in Libano?
No. Non è uno scherzo e c’è pure un nome asettico coniato per giustificare il «prelievo». In termini tecnici si parla di accisa su benzina e gasolio, una mazzata al portafoglio che raggiunge il 50 per cento di quello che finisce nel nostro serbatoio. E fa niente che in Abissinia i nostri soldati ci siano andati nel 1936, che i problemi di Suez datino 1956, il Vajont 1963 e il Belice 1968. Lo Stato tace e incamera. Tra il 2004 e il 2005, anni in cui già il prezzo base del petrolio è schizzato alle stelle alla faccia del super euro che schiaccia il dollaro e dunque il barile, il gettito complessivo della tassazione sui carburanti è salito da 34,2 a 36,1 miliardi di euro. Di questi 24,5 si devono all’accisa e 11,6 all’Iva. Con calcoli ancora fermi alla benzina verde venduta a 1,342 euro, ben 0,564 si devono all’accisa, 0,223 all’Iva e 0,564 ai gestori che pagano il loro guadagno e il costo alla produzione. Che alla fine, incredibile a dirsi, risulta essere appena un terzo della cifra finale. Proporzioni analoghe per il gasolio: su 1,210 euro al litro, appena 0,696 al nudo costo, tutto il resto in imposte.
Un rimedio? Qualcuno ci sta pensando. Che almeno quei soldi, che è difficile credere servano a finanziare la guerra d’Abissinia o il Vajont, trovino un impiego utile e controllabile. E così il Comune di Milano, insieme agli altri sindaci delle maggiori città d’Italia, tramite l’Anci chiede che almeno una parte del prelievo non finisca nel gran calderone romano, ma venga restituito alle amministrazioni locali per affrontare il flagello dei nostri giorni. L’inquinamento dell’aria che ammorba le città e avvelena i nostri polmoni. Con gravissimi danni per la salute e l’aumento esponenziale di malattie respiratorie e cardio-circolatorie. «C’è un’emergenza mobilità», l’allarme dell’Anci che lo scorso 2 agosto ha presentato al governo la sua «Piattaforma sul trasporto pubblico locale». Verso cui, si lamentano i sindaci, «la Finanziaria 2006 ha mostrato una totale disattenzione, effettuando pesanti tagli agli investimenti che finiranno per compromettere anche il completamento dei lavori già avviati per infrastrutture del settore stradale, ferroviario, marittimo, e l’esecuzione dei programmi di manutenzione di strade e ferrovie». Basti pensare alla riduzione dei contributi per l’acquisto di autobus, sforbiciati di 40,2 milioni di euro annui per il triennio 2006, 2007, 2008. Totale, meno 120,6 milioni a città ormai assediate dal traffico. E per questo l’Anci chiede di «potenziare il sistema dei servizi di trasporto pubblico locale attraverso finanziamenti che garantiscano qualità e quantità dei servizi». Finanziare, ma come? Con «un’accisa specifica, sulla benzina e sul gasolio per uso non professionale, da destinare specificamente al finanziamento della gestione dei servizi collettivi per la mobilità». Basta la favoletta di Belice e Vajont, quei soldi servano per «finanziare il potenziamento del trasporto pubblico locale (costruzione di metrò, tram e corsie preferenziali, acquisto di bus), compensare maggiori costi dei Comuni, finanziare progetti di mobilità sostenibile, ridefinire i contratti di servizio al fine di incentivare i servizi offerti». E, di conseguenza, la qualità dell’aria delle nostre città.
giovanni.dellafrattina@ilgiornale.it