Tassi, Draghi difende l’azione della Bce

Trichet: «La nostra crescita più legata al resto del mondo»

da Milano

Nei giorni in cui l’euro, giunto ieri a stabilire un nuovo record a 1,4120 dollari, alimenta le polemiche sulla conduzione della politica monetaria da parte della Bce, il governatore di Bankitalia, Mario Draghi, interviene per difendere a spada tratta il principio-cardine su cui Francoforte impernia le proprie strategie, quello della stabilità dei prezzi. «Essere credibili nel garantire la stabilità dei prezzi è più importante nei periodi di volatilità dei mercati perché ciò fornisce un solido ancoraggio alle aspettative nel medio termine», ha spiegato Draghi durante il convegno per celebrare i 50 anni della Bundesbank.
La Bce, del resto, è nata a immagine e somiglianza della Buba, fondata con l’intento di non ripetere mai più gli errori commessi dalla Repubblica di Weimar sotto forma di un’inflazione smisurata. L’Eurotower ha ereditato quel modello anti-inflazionistico. Un modello vincente, secondo Draghi, che può però prestare il fianco alle critiche di quanti chiedono di dare priorità alla crescita economica e all’occupazione, piuttosto che alla dinamica dei prezzi, utilizzando la leva dei tassi. È la battaglia che da tempo sta combattendo la Francia, tornata anche ieri a chiedere, per mezzo del ministro delle Finanze Christine Lagarde, che la Bce «esamini le conseguenze del livello di cambio e reagisca in maniera appropriata». Ma il numero uno dell’Eurotower, Jean-Claude Trichet, sembra di diverso avviso: «La crescita economica dell’area dell’euro - ha ricordato ieri - è più legata al resto del mondo» che non all’andamento degli Stati Uniti. I timori dei francesi sono però gli stessi manifestati giovedì dal presidente di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo, per i possibili danni sulle nostre esportazioni. Problemi per il made in Italy che, però, il viceministro dell’Economia, Roberto Pinza, non vede: «Le esportazioni in valore assoluto negli ultimi sei mesi sono cresciute considerevolmente. Questo dimostra che la stabilità del sistema attraverso una moneta forte finisce per giovare complessivamente al sistema».
Contrario a una modulazione del cambio con finalità di sostegno all’economia (arte in cui, ai tempi della lira, eccelleva l’Italia con le “svalutazioni competitive”) è anche Lorenzo Bini Smaghi, membro del consiglio Bce: «I mercati sono sempre preoccupati che il tasso di cambio venga utilizzato come uno strumento di politica economica e commerciale o come un modo per influenzare la politica monetaria». Simili preoccupazioni, ha spiegato Bini Smaghi, hanno come risultato di scoraggiare gli investimenti esteri. Attenzione, dunque, a esercitare pressioni politiche sulla banca centrale, perché ne «minano la credibilità».
A sottolineare comunque come sia estesa l’interpretazione che gli istituti centrali danno al proprio mandato è stato proprio Draghi. Con due aneddoti. Il primo risale al 1967, quando l’allora governatore di Bankitalia, Guido Carli, ricordò all’economista Franco Modigliani che l’obiettivo di Palazzo Koch era quello di promuovere un livello di reddito e di investimento per colmare il gap con gli altri Paesi europei. L’altro, negli anni ’70, ha per protagonista un giovane Draghi, che chiese al governatore Paolo Bassi perché non cercasse di stabilizzare l’inflazione e frenare le continue svalutazioni della lira. «Perché sarebbe dannoso per la crescita», osservò Baffi. Ma questo non è il mandato della Banca d’Italia, replicò Draghi. Risposta: «Bene, bene, lei è giovane, noi qui abbiamo le Brigate Rosse».