Tassista ucciso, il gup: dall'assassino niente pietà davanti a volto implorante

Nelle motivazioni della sentenza di condanna a
16 anni di reclusione, il gup spiega che Ciavarella ha dato il colpo di grazia a Massari nonostante il volto implorante

Dicono che Luca Massari lo guardava con un volto come se avesse voluto dire: "Ma cosa stai facendo, non esagerare". Eppure quello sguardo lì non ha trattenuto Michael Morris Ciavarella dall’infliggere un ultimo violento colpo dopo averlo ridotto in uno stato di debolezza fisica. A ricostruire il brutale omicidio ci ha pensato il giudice per l’udienza preliminare Stefania Donadeo nelle motivazioni della sentenza di condanna a 16 anni di reclusione per Ciavarella che il 10 ottobre 2010 ha pestato a morte il tassista dopo che aveva investito il cane di una sua conoscente.

La scelta operata da Ciavarella è stata proprio quella del "costi quel che costi". Il gup spiega per quale motivo ha condannato l’imputato per omicidio volontario con dolo eventuale e non per omicidio preterintenzionale: "Ciavarella ha deciso di continuare ad aggredire accettando l’antigiuridico, accettando come possibile il risultato della sua azione, ovvero l’evento morte, senza che la condotta inerme della vittima nonché il suo stato di debolezza al quale era stato ridotto dai suoi stessi pugni già inferti costituisse una controspinta psicologica". Ciavarella lo scorso luglio è stato condannato con rito abbreviato per omicidio volontario con l’aggravante dei futili motivi, esclusa invece l’aggravante della crudeltà contestata inizialmente dal pm Tiziana Siciliano. Dell’aggressione risponde in concorso con la fidanzata, Stefania Citterio, e il fratello di quest’ultima, Pietro detto Piero, che invece sono stati rinviati a giudizio e per i quali il processo deve ancora cominciare.

Massari era stato infatti aggredito da tutti e tre gli imputati, dopo aver investito e ucciso un cane della fidanzata di Pietro in via Luca Ghini. E' morto a 45 anni l’11 novembre successivo senza mai uscire dal coma. Ora, secondo quanto ricostruisce la Donadeo sulla base della consulenza medico legale, a uccidere il tassista sono stati sia i pugni e i calci subiti durante il pestaggio, sia il colpo finale alla nuca quando, spinto all'indietro da un'ultima ginocchiata di Ciavarella, si è rotto il cranio contro il cordolo del marciapiede con un rumore che è stato sentito persino dai residenti al quinto piano dei palazzi della via.

A spingere il 32enne a una tale violenza, scrive oggi il gup, non è stata l’indignazione per il cane travolto dal taxi. Secondo Donadeo, Ciavarella "voleva effettivamente vendicare lo stato di disperazione della moglie". Per l’imputato, "Massari doveva pagare non per aver ammazzato un cane, ma perché aveva inflitto un dispiacere alla moglie che era lì che piangeva disperata e pretendeva l’intervento del marito. Allora Ciavarella dinanzi alla disperazione della moglie ha ritenuto di fare giustizia da sé come sapeva fare e aveva sempre visto fare: aggredendo con calci e pugni colui che aveva creato dolore e rabbia nelle due donne", scrive, riferendosi a Stefania Citterio e alla proprietaria del cane. Tuttavia, Ciavarella non si è più fermato. "Ciavarella, sferrati i primi pugni, dati i primi calci resosi conto che il tassista non aveva alcuna intenzione di sfidarlo, ma si era viceversa arreso in partenza fiducioso che la violenza sarebbe cessata, non ha desistito nella sua azione, ma anzi ha potenziato la sua violenza sferrando un calcio finale al volto nella consapevolezza, per la violenza del colpo e la condizione di debolezza della vittima, che quel calcio lo avrebbe atterrato e accettando così evidentemente il possibile rischio di una caduta violenta per terra e quindi le conseguenze probabili della caduta stessa".