«Il tasso-zero non giova alle Borse Per uscire dalla crisi altri 3-5 anni»

La politica del «tasso zero» decisa martedì dalla Federal Reserve è stata una mossa «per lo più psicologica, priva di grandi ripercussioni sull’economia reale». L’ex rettore della Bocconi, Roberto Ruozi, si mantiene cauto sull’efficacia delle scelte di Ben Bernanke. Convinto, da studioso, che l’economia internazionale per tornare in una situazione di normalità impiegherà «almeno altri 3-5 anni». Una prudenza, peraltro, palpabile anche tra le Borse europee rimaste ieri «guardinghe» malgrado il rimbalzo messo a segno martedì da Wall Street: Piazza Affari ha guadagnato lo 0,26% (+0,3% Londra e Parigi). «Dal punto di vista tecnico è poco rilevante che il costo del denaro sia pari a zero o allo 0,50 per cento», prosegue Ruozi, che continua a insegnare nell’ateneo milanese ed è fresco autore di un libro sulla situazione del sistema finanziario mondiale («Viaggio nel mercato finanziario», Spirali).
Professore cosa risponde a quanti temono che i tassi Usa a quota zero possano indurre i grandi investitori a potare altrove i propri capitali?
«È molto tempo che non si assiste a fenomeni di questo tipo, oggi l’attenzione è puntata sul rischio. La Fed ha voluto lanciare un segnale alle Borse internazionali ma la misura per essere efficace dovrà essere seguita da interventi concreti a favore delle banche e di settori industriali, come l’auto».
Cosa insegna il caso Madoff?
«Il mondo della finanza è malato, per troppo tempo ha inseguito l’unico obiettivo del profitto smisurato e immediato. Solo se le banche torneranno a livello internazionale a confrontarsi con rendimenti normali e con tassi allineati ai rischi, la finanza potrà offrire un supporto alla ripresa dell’economia reale».
Bernanke ha usato quasi tutte le cartucce a disposizione, la Bce no ma l’Europa è in recessione, quale è la politica monetaria migliore?
«La Fed ha avuto una grande responsabilità nella crisi ed è intervenuta con coraggio. La Bce è stata prudente, a volte tardiva, ma forse l’Europa aveva anche meno bisogno di aiuto. Credo che entrambe abbiano svolto il proprio dovere, anche se molto sotto la spinta dell’urgenza politica».
L’Opec ha ridotto la produzione di petrolio, il prezzo del barile tornerà a spingere il “caro vita“?
«L’inflazione è oggi un pericolo che resta sullo sfondo e che fatalmente riemergerà a fronte di una ripresa dei consumi. Tuttavia quando ero studente io, l’ottimo dell’economia non era avere un’inflazione pari a zero ma mantenerla a un livello sostenibile che al contempo favorisse l’economia».
Uno Stato quanto può intervenire per correggere gli eccessi dell’economia di mercato?
«Ritengo che abbia senso una azione dello Stato quando il sistema non funziona o sono stati commessi errori. Qualche effetto distorsivo nella concorrenza è inevitabile, ma la gravità della situazione attuale non permette di giocare di fioretto; occorre la scure».