Tastiere e strumenti giocattolo per gli Architecture in Helsinki

Luca Testoni

Quattro diversi tipi di tastiere. Sintetizzatori analogici. Wurlitzer. Hammond. Un imprecisato numero di percussioni e strumenti giocattolo. Melodica. Vibrafono. Xilofono. Tuba. Marimba. Flauto dolce. Clarinetto. Sassofono. Tromba. Trombone. Violoncello, Viola. Violino. Fagotto. Theremin (il più antico strumento musicale elettronico inventato dall'omonimo fisico russo nel 1920). Sitar. Armonica. Una sega di metallo, un flessibile e numerosi altri attrezzi. Questi sono alcuni degli strumenti utilizzati dall'ottetto Architecture in Helsinki, uno tra i più entusiasmanti ensemble alternativi in circolazione, per registrare il brillante In case we die, il secondo album in carriera, uscito sul finire del 2005.
Il nome adottato dalla formazione, in concerto domani sera al Transilvania Live di via Paravia 59 (ore 21, ingresso 15 euro, supporter i rocker-psichedelici padovani Jennifer Gentle), non deve trarre in inganno: i cinque ragazzi (Cameron Bird, Jamie Mildred, Sam Perry, Gus Franklyn, James Cecil) e le tre ragazze (Isobel Knowles, Tara Shackell, Kellie Sutherland) non hanno niente a che vedere con la capitale in riva al Baltico né tantomeno con il rigore di Alvar Aalto o degli altri maestri del progetto finlandesi, in quanto arrivano dalla lontanissima Australia.
«Non so leggere la musica, non l'ho mai studiata e nessuno mi ha mai insegnato come scrivere, arrangiare o che cosa fare con le diverse progressioni di accordi. Per cui l'unica guida diventa l'istinto. Si suona ciò che funziona. Stop». In una battuta, presa a prestito da un'intervista rilasciata al quotidiano britannico The Guardian dal leader, nonché versatile cantante-chitarrista Cameron Bird, c'è l'essenza, la filosofia di questa cricca di musicanti guitti, un po' cialtroni e assolutamente fuori da ogni schema.
Nel senso che le canzoni del loro repertorio se ne fregano delle regole e dei generi e frullano con allegria e leggerezza indie-rock, elettronica, pop (ironico, naïf e pure un po' bambinesco), tropicalismo, energia punk e... Frank Zappa. Sono collage sonori di frammenti assemblati schizofrenicamente, melodie bizzarre e rumori saccheggiati qua e là.
Detta (e letta) così, verrebbe da pensare a un gran guazzabuglio: e invece no, c'è del metodo in questa follia decisamente freakettona e il risultato è decisamente godibile. Diverte, senza annoiare. Prendete per esempio Nevereverdid, il brano d'apertura di In case we die (da tradurre come "Se dovessimo morire"). In poco meno di cinque minuti si ascolta il mondo: campane con i rintocchi a morto; cori polifonici; una banda; una pianola che detta un ritmo scassatissimo; una voce in falsetto; e un crescendo di batteria e strumenti acustici.
Un bel caos. Regolamentato, però. E il gioco, nella sua illogica logicità, in un succedersi di divagazioni, improvvise parentesi e cambi di direzione, si ripete con l'esilarante It's 5!, la festaiola The cemetery (un titolo che tradisce lo humour nero della band, tra Caraibi, operetta e Pavement), e il carnevalesco singolo Do the whirlwind. Chi aveva avuto l'occasione di ascoltare l'album d'esordio degli Architecture in Helsinki, Finger crossed, uscito nel 2003, poteva immaginare che questi «folli» sarebbero andati avanti nel loro gioioso progetto di stupori - è stato scritto. Ma, in tutta onestà, un così buon risultato va oltre le più rosee aspettative.