La tata: "Vi dico tutto su Carla Bruni"

Intervista a Teresa Bello. Prima fu assunta dalla figlia del celebre
cardiochirurgo Dogliotti. E l’anno dopo
da un industriale che componeva musica
dodecafonica e aveva tre bimbi: la più
piccola è diventata first lady di Francia

La natura si prende sempre la rivincita. Teresa Bello fruga in una scatola e tira fuori un mazzetto di foto dai colori sbiaditi: «Gliele mostro solo perché ha tanto insistito. Ma su un giornale, mai!». Le ha scattate 35 anni fa. Tre fratellini in costume da bagno, un’estate al mare. Virginio è il più grazioso. Oggi avrebbe 49 anni. «Morto il 4 luglio 2006. Leucemia. Quando l’ho saputo, una parte di me è morta con lui». Valeria, cinque anni di meno, biondissima e carinissima, la diresti fatta per il cinema, e infatti adesso è attrice e regista. Poi c’è lei, Carla, la piccola di casa. Né bella né brutta. Né bionda né mora. Né alta né bassa. Né magra né grassa. A 6 anni la natura non rivela ancora chi sei, eppure ha già deciso per te: agli occhi del mondo diventerai la più famosa, la più affascinante, la più desiderata, la più invidiata, la più fotografata, la più pagata.
Lei è diventata lei, la nuova regina di Francia, Carla Bruni Tedeschi, la terza moglie del presidente Nicolas Sarkozy, e Teresa Bello ne va giustamente fiera. Le ha fatto da mamma, quindi la sente un po’ anche figlia sua. La aiutava a lavarsi, la vestiva, la faceva giocare, la seguiva nei compiti, la metteva a tavola, la portava a spasso e in vacanza, la infilava a letto, le raccontava le storie, le cantava la ninna nanna, e lo stesso faceva con Virginio e Valeria. «Ho letto sui giornali che una padovana di 84 anni abitante a Tezze sul Brenta sostiene d’essere stata la tata di Carla dai 6 mesi fino ai 20 anni: sarà, ma io non l’ho mai vista in giro per casa», ride.
Madame Sarkozy non ha perso i contatti con la Tere, è così che l’ha sempre chiamata. Lo scorso 5 dicembre l’ha invitata a Parigi, nella sede dell’Unesco, per la cerimonia della firma di un accordo di partenariato fra l’organizzazione delle Nazioni Unite e la Fondazione Virginio Bruno Tedeschi. La madre e le sorelle di Virginio hanno venduto all’asta da Sotheby’s molti beni di famiglia: col ricavato finanzieranno un programma di prevenzione dell’Aids tra i bimbi africani, per onorare la memoria del figlio e fratello. «Baci e abbracci. “Giurami che ci rivedremo”, mi ha detto la Carla. Mi ha anche mostrato le foto di Aurélien, l’unico figlio, nato nel 2001 dal suo legame col filosofo Raphaël Enthoven. Ha voluto il mio parere: “Ti piace?”. Poi mi ha dato il nuovo numero di cellulare. Tre giorni dopo, al momento di lasciare Parigi, le ho mandato un Sms. Mi ha subito richiamato per salutarmi: “Ci dobbiamo sentire più spesso”, ha insistito. Ma chi sono io per telefonare all’Eliseo?».
Teresa Bello - un marito, Flavio, ingegnere elettronico e due figlie, Elena, 23 anni, e Margarita, 18, adottata in Brasile, studi universitari in sociologia lasciati a metà, un passato da arredatrice, un presente da titolare della merceria Il Puntaspillo a Pergine Valsugana - conosce bene la scienza degli addii. Uscì nel 1970 all’Onairc di Trento, l’Opera nazionale per l’assistenza all’infanzia delle regioni di confine, oggi abolita ma allora quotatissima: «Noi istitutrici, al momento di diplomarci, eravamo già prenotate dalle migliori famiglie». Il primo anno da baby sitter lo passò ad accudire la prole di Ornella Dogliotti, figlia del professor Achille Mario Dogliotti, il celebre cardiochirurgo torinese, che da ragazza era apparsa su Epoca fra i migliori partiti d’Italia insieme con Umberto Agnelli. Subito dopo fu assunta da Alberto Bruni Tedeschi, industriale sposato con la pianista Marisa Borini e compositore dodecafonico, un personaggio che sembrava uscito dai Buddenbrook di Thomas Mann: aveva ereditato dal padre Virginio, ebreo vercellese convertitosi alla religione cattolica della moglie Orsola Bruni per paura delle persecuzioni, la Ceat di Torino, fabbrica di cavi e pneumatici fondata nel 1888. «Un giorno del 1973 ero con Virginio, Valeria e Carla al Sestriere, dove i Bruni Tedeschi possedevano una bellissima mansarda. La madre arrivò trafelata su un’auto guidata dallo chauffeur: “Ha sentito, Tere, che cosa terribile? Hanno rapito un bimbo di 8 anni”. Se non ricordo male, era Mirko Panattoni, il primo baby sequestrato d’Italia. La signora Marisa si strinse al petto i figli. “Mio marito ha deciso: li portiamo a Parigi”. Le piccole non capivano. Ma Virginio, già quattordicenne, cominciò subito a protestare: si rendeva conto che avrebbe dovuto lasciare Torino e gli amici. Ricordo che la madre, per ammansirlo, gli fece una promessa: “A Parigi potrai andare a scuola in bici”. Capii che era venuto il momento di separarci».
Non le chiesero di seguirli a Parigi?
«Sì, ma io non me la sentivo di trasferirmi a 1.000 e passa chilometri da dove sono nata. Rimasi con i Bruni Tedeschi all’hotel Ritz di Parigi una decina di giorni, il tempo che trovassero casa. E quando si furono sistemati nel quartiere di Saint-Germain-des-Prés, in una villa appartenuta a Louis Cartier, dove c’erano ancora molti mobili del capostipite della dinastia di gioiellieri, ripresi sia pure a malincuore la strada della mia Valsugana».
La madre non aveva tempo di occuparsi dei tre figli?
«Come concertista lei si dedicava alla musica. Quando arrivai nel castello di Castagneto Po, che era la loro residenza di campagna, la signora Marisa stava preparando Notte nei giardini di Spagna di Manuel De Falla. Che belle mani da pianista, le feci i complimenti. “No, mia cara, semmai da violinista”, mi corresse. Sedeva al pianoforte tutti i giorni dalle 8.30 alle 12 e dalle 14 alle 18.30. La mattina c’era un rituale. Appena Carla si svegliava, dovevo avvisare la madre, che le suonava la Marcia turca di Mozart per farla uscire dal letto».
Che tipo era Alberto Bruni Tedeschi?
«Straordinario. Incuteva soggezione fin dalla statura. In realtà era un uomo affabile. Durante la settimana io pranzavo con i bambini in una saletta appartata. La domenica eravamo a tavola tutti insieme. Fra noi s’era creata una certa complicità gastronomica. Certi cesti di frutta candita nella residenza al mare di Cap Nègre, in Provenza... Dopo cena si ritirava nello studio a comporre musica dodecafonica. Telefonava spesso agli amici Karlheinz Stockhausen e Luigi Nono».
Ma lei sapeva che Carla non era sua figlia?
«Mai sospettata una cosa simile. Sapevo che la moglie aveva avuto una storia col grande pianista Arturo Benedetti Michelangeli, perché è scritto nel libro L’industriale dodecafonico pubblicato da Marsilio cinque anni fa, che la signora Marisa commissionò all’amico d’infanzia Gian Piero Bona: me lo regalò lei stessa a Torino. Ora Bona dice che Marisa le confidò il segreto sul vero padre di Carla durante una crociera. Per me è stato un colpo leggere sui giornali quanto ha dichiarato dal Brasile il musicista Maurizio Remmert: “Carla è mia figlia, nata quando avevo 19 anni da un amore con Marisa, allora trentaduenne e già sposata. Non ho mai negato la mia paternità, anche il marito di Marisa sapeva”».
Com’era Carla da piccola?
«Aveva un temperamento irruente. Riusciva sempre a ottenere quel che voleva, con le buone o con le cattive. Insomma, un caratterino. Molto bisognosa di coccole. Quando combinava una marachella, era facilissimo scoprirla».
Perché?
«All’improvviso cessavano le note del pianoforte: Carla s’era rifugiata fra le braccia della madre e così cascava il palco, niente punizione».
Era autorizzata a punirla?
«Altrimenti che istitutrice sarei stata? Qualsiasi punizione, tranne quelle corporali».
E quindi?
«Niente gioco, niente gelato, pane al posto dei dolci. Ma già allora non è che le interessasse molto il cibo. È sempre stata molto esile e alta, a differenza di Valeria, più tonda».
Carla voleva diventare ballerina.
«Tutto quello che faceva Valeria, voleva farlo anche Carla. La sorella maggiore fu iscritta alla scuola di danza di Susanna Egri, figlia di Ernesto Egri Erbstein, il direttore tecnico ungherese del Grande Torino morto con la sua squadra nella tragedia di Superga. Carla insistette per seguirla. La coreografa disse alla madre: “Questa bimba non diventerà mai una ballerina. È troppo lunga e ha i piedi troppo grandi”».
Qual era il suo gioco preferito?
«La parrucchiera. Passava ore e ore a torturare con pettine e spazzola la povera Romana. Era la governante di casa prim’ancora che il signor Alberto si sposasse: gli aveva consacrato la propria vita, rimanendo zitella, e lui la considerava un po’ sua madre, le aveva persino comprato un appartamento per la vecchiaia a Moncalieri. Ma rimase vuoto».
Mai avuto voglia di rifilare a Carla una sberla?
«Qualche volta sì. M’indisponeva soprattutto quando pretendeva l’impossibile. Ora non ricordo più di quale assurda richiesta si trattasse, fatto sta che un giorno, sulle scale, di ritorno da scuola, al mio diniego si voltò di scatto e mi sbatté la cartella sulla testa. Faticai a trattenermi».
«Avrei fatto il medico con specializzazione in psichiatria, ma occorre studiare anni e io non riesco a concentrarmi su un libro per più di qualche minuto». Chi può averlo detto?
«Sia Carla che Valeria».
Carla.
«Ecco. Del resto, sa, quando in famiglia respiri fin da piccola il gusto per l’arte e la musica, lo studio può sembrare una perdita di tempo».
Tra Carla e il presidente francese è amore vero? Non sarà l’ennesima avventura?
«Il tempo ce lo dirà. Vorrei che non lo fosse».
«Tradire gli uomini mi piace, se lo meritano». L’ha dichiarato Carla.
«Ha ragione. Tutti la descrivono come una mangiatrice di uomini. Ma questi uomini che si lasciano mangiare, chi sono? Bisogna essere in due per certe cose».
Prima di fare un figlio con Raphaël Enthoven, ha avuto storie con Mick Jagger, Eric Clapton, Kevin Costner, Vincent Perez, Donald Trump e Arno Klarsfeld, figlio dei cacciatori di nazisti Serge e Beate. Ufficialmente fanno sette compagni. Otto con Sarkozy.
«A quei livelli me ne trovi una che ne ha avuti di meno».
Però a 15 anni raccontava già alle amichette che si sarebbe fidanzata con Mick Jagger.
«Gliel’ho detto che ha sempre avuto le idee chiare».
Ha portato via Eric Clapton alla povera Lory Del Santo.
«La Del Santo ha tirato fuori adesso questa storia per brillare un po’ di luce riflessa».
Mentre era in vacanza col fidanzato scrittore Jean Paul Enthoven, finì tra le braccia del rampollo di questi, Raphaël, sposato all’epoca con Justine Lévy, figlia del filosofo Bernard Henri Lévy, il più caro amico di Enthoven padre. Il quale commentò affranto: «In un colpo solo mi ha portato via figlio, nuora e migliore amico». Quanto alla nuora tradita, cadde in depressione.
«Perché chiamare in causa sempre Carla? Ripeto: ma questi signori non c’entrano nulla? Ha fatto tutto da sola? Basta addossarle ogni colpa! Troppo comodo».
Che cosa cercherà negli uomini?
«Quello che cercano tutte. Anche a me sarebbe piaciuto Kevin Costner. Chi non sogna il principe azzurro? Io l’ho avuto, e nell’81 l’ho pure sposato. È mio marito. Ma nel jet set si è più esposti alle tentazioni».
Lei augurerebbe a un figlio di sposare una donna così?
«Sì. Vorrebbe dire che neppure io, sua madre, sono una persona comune».
È tanto importante non essere persone comuni?
«Ha ragione, non lo è. Anche la notorietà diventa un limite. Come il non averla».
Che cosa conta di più nel matrimonio?
«Il rispetto».
Carla è davvero così bella, secondo lei?
«Altroché. La osservavo al ricevimento dell’Unesco. Neanche un filo di trucco. Ma quando è entrata lei, sembrava che nel salone avessero acceso la luce».
Ha poco seno.
«È bella anche per questo, si vede che non è rifatta».
I denti sembrano finti.
«Badi! Carla è anche un po’ mia, è come se parlasse di mia figlia. In effetti l’unica cosa che s’è rifatta sono due o tre denti».
Un bel servizio da caffè.
«Sua madre diceva sempre: “Macché capsule in ceramica di colore naturale! Quando resterò senza, mi farò una protesi di denti bianchissimi”».
Le piace più come modella o come cantante?
«Come cantante mi piace tantissimo. Spero che registri altri Cd».
Quelqu’un m’a dit sembra una tiritera della Val di Non: e ti te m’hai dit, e mi t’ho dit...
«Assomiglia un po’ al dialetto trentino, è vero».
Ha scritto una canzone, La dernière minute, ispirata alla contessa Du Barry, che davanti alla ghigliottina eretta dai sanculotti espresse al boia quest’ultimo desiderio: «Ancora un minuto!». Sembrerebbe una donna triste.
«Triste no, riflessiva sì. La gente pensa che abbia un cervello di gallina, che sia distaccata, vacua. Ma io posso testimoniare che non è così».
La parodia che ne fa Fiorello - «che volgarité!» - la fa ridere?
«No, mi fa male. Anche se talvolta sorrido con un senso di colpa».
Certo che la telenovela con Sarkozy ha stufato. La popolarità del presidente è in calo persino tra i francesi.
«Siete voi giornalisti che avete stufato».
Le ha regalato lo stesso anello di fidanzamento che aveva comprato per la precedente moglie Cécilia.
«In effetti m’è sembrato di cattivo gusto. Ma Carla che c’entra? Forse lui voleva solo farle capire che non la considera da meno di Cécilia».
Però otto giorni prima delle nozze ha mandato un Sms a Cécilia: «Se torni, annullo tutto».
«A questo non ci credo. Ma neanche!».
Perché avranno vagabondato mano nella mano fra Egitto e Giordania con Aurélien braccato dai fotografi, povero bambino?
«Quello è stato un errore, l’ha riconosciuto anche lei nell’intervista all’Express: “Mon erreur la plus grande”».
S’immagina qualche volta Carla da vecchia? Che farà? Si rassegnerà a vedere il corpo che sfiorisce?
«La madre s’è lasciata prendere per mano dal tempo. Sarà così anche per Carla. Non cercherà di fermarlo, come fanno le altre».
(406. Continua)
Stefano Lorenzetto
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it