La «Tate modern» di Milano abiterà alla Bicocca

L a prima vera azione futurista nel campo delle arti è stata dichiarata ieri, al di fuori delle celebrazioni marinettiane, davanti a un pubblico folto e attento che assiepava l’auditorium di villa Necchi Campiglio. E, secondo la migliore tradizione milanese, arriva dal mecenatismo privato che, dopo un lustro di faticoso e silenzioso lavoro, ha posto le fondamenta per quella che potrebbe verosimilmente diventare la «Tate Modern milanese». Il futuro museo d’arte contemporanea e l’Expo stavolta non c’entrano nulla. Parliamo dell’Hangar Bicocca, spazio espositivo di 17mila metri quadri, che da ieri è ufficialmente Fondazione di diritto privato senza fini di lucro grazie alla sinergia tra la società fondatrice, Pirelli, con Camera di Commercio e Regione Lombardia.
L’evento ha in sè qualcosa di straordinario per modalità, risorse e soggetti in campo. Anzitutto perchè si tratta di un luogo già nato, nel 2004, sotto una buona stella e non soltanto perchè ad inaugurarlo furono i suggestivi «Sette palazzi celesti» di Anselm Kiefer, la più grande installazione coperta d’Europa. Ma perchè da allora questo gigantesco capannone che si erge tra le storiche architetture industriali della ex Breda ha ospitato i pochi progetti d’arte contemporanea di interesse internazionale nella nostra città. Tra questi ricordiamo la mostra «Not Afraid of the Dark», con installazioni, performance e videoproiezioni di artisti di fama internazionale su tematiche sociali e politiche del pianeta; e ancora la personale del duo anglo-argentino Lucy e Jorge Orta, poco conosciuti in Italia ma stimatissimi in tutto il mondo per le loro opere che coinvolgono le comunità locali; in ultimo, la grande retrospettiva del cileno Alfredo Jarr che, oltre alla doppia mostra all’Hangar e allo spazio Oberdan, ha realizzato un progetto di public art tappezzando Milano di finte pubblicità che interpellavano i cittadini sul significato della parola «cultura». Si trattava fino a ieri di mostre sporadiche che hanno visto la luce solo grazie all’impegno di Pirelli e degli sponsor privati e pubblici - tra cui Deutsche Bank, Siemens e Provincia di Milano - che di volta in volta supportavano i progetti messi a punto da curatori seri come Gabi Scardi, Bartolomeo Pietromarchi o Adelina von Furstenberg.
Ma il grande salto potrà adesso avvenire grazie alla neonata Fondazione, che ha nominato un direttore con contratto triennale e un comitato scientifico di livello internazionale tra cui figurano lo svizzero Hans Ulrich Obrist, già curatore di importanti rassegne come la prima Biennale di Berlino, il belga Jan Hoet, già direttore della IX edizione di Documenta di Kassel, il francese Marc Olivier Wahler, direttore del Palais de Tokyo di Parigi, e la britannica Marina Wallace, direttore dell’Artakt-Central Saint Martins College, all’Università delle Arti di Londra. Per rendere il comitato più interdisciplinare possibile, ai curatori si affiancano quattro esperti di semeiotica, di filosofia, dell’economia e dell’innovazione. La carica di direttore artistico è caduta sulla torinese Chiara Bertola, direttrice della Fondazione Querini Stampalia di Venezia e curatrice della Fondazione Furla di Bologna. La nomina ha in sè qualcosa di straordinario in quanto avvenuta attraverso un pubblico bando (via internet) che ha visto presentare un centinaio di curriculum, la metà dei quali da altri Paesi. L’obiettivo della Fondazione, che parte da un budget annuo di 750mila euro, sarà quello di dare maggior forza e identità alla produzione di arte e cultura contemporanea, con un ciclo, a regime, di sei mostre annue (la prossima, a marzo, sarà di Anthony Mcall). Così come avviene nelle grandi istituzioni d’arte internazionali, verrà inoltre offerta al pubblico una gamma di tessere di «soci-sostenitori». In nome dei contenuti, prima che dei contenitori.