Tatuaggi, rabbia e tanto ritmo: l’underground si tinge di nero

Angelo Mellone

Un blog estivo sui camerati-vip ha messo in elenco giganti dell’hard rock come gli Slayer o Axl Rose nel cartello di star politicamente scorrette. Il pop-fascismo musicale italiano, invece, s’è dato appuntamento a Pian de Rosce, sulla strada per il monte Terminillo. È in scena «Rock per la verità», ventidue gruppi suonano per chiedere giustizia sulla strage di Bologna: «L'evento che ha segnato tutta la mia vita politica», confida Paola Frassinetti, unico parlamentare presente all'evento, portavoce di una generazione svezzata nel terzo campo Hobbit della destra giovanile, nel 1980, e poche settimane dopo infilata nel girone infernale del sospetto della «strage fascista». Un marchio a fuoco ancora impresso sull'ultimo imputato Luigi Ciavardini. Il comitato «L'ora della verità» lotta per affermare la sua innocenza. Una rabbia poi riversata sul palco dalla figlia, giovanissima, che intonerà un paio di cover dei 270 bis. Nel fresco di una rara giornata estiva dove la pelle non sgocciola, ci accoglie il responsabile del comitato, Valerio Cutonilli, avvocato, tra gli organizzatori di un evento a suo modo dirompente: a esibirsi davanti a millecinquecento persone arrivate da tutta Italia ci sono i gruppi di «rock identitario». A Pian de Rosce s'è data appuntamento la nuova frontiera underground della musica a destra.
Il luogo è pieno di stand ricolmi di merchandising: felpe, magliette, cd, adesivi, bandiere, simboli di una sottocultura che disperatamente vuole manifestarsi al mondo. Accanto agli skinhead s'osserva una nuova antropologia del neoribelle metropolitano a destra: capelli corti e basette, Adidas, All Star e anfibi Doc Martens ai piedi, pantaloni combat, polo Fred Perry, giacche Lonsdale o parka tedesco, lo stesso indossato dai «compagni» ultras del Livorno, che però lo chiamano «la zozza». Qui prende il nome di «logora». Anelli rigorosamente d'argento e tanti tatuaggi: celtici, ragnatele e fantasy. Qualche fascio-surf porta i sandali, le ragazze graziose gonnelline che ammiccano alla diversità della militanza vissuta al femminile.
E prima di tutto la musica, frontiera commestibile del «più complesso, duraturo e macroscopico esempio di cultura sommersa che l'Italia abbia mai riscontrato nel corso della sua storia». Lo sostiene il sito dell'Associazione Lorien, tempio archivistico del rock identitario che, dagli anni Settanta a oggi, sfodera questi numeri: 877 gruppi, 2268 prodotti discografici, 4214 canzoni, 1120 concerti. Dietro queste cifre c'è un panorama in fibrillazione, che si definisce al tempo stesso erede e innovatore della la tradizione musicale a destra che, tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, si definiva musica alternativa e ha incorniciato le biografie di gruppi come gli Amici del vento o la Compagnia dell'anello. All'inizio degli anni Novanta, poi, sono arrivati gli Intolleranza, gli Hyperborea, e i 270 bis. A segnare lo spartiacque tra il prima e il dopo, fino ai gruppi del concerto di Pian de Rosce, è il rifiuto politico del nostalgismo: l'essere figli del proprio tempo. Non ci si piange più addosso. La musica a destra oggi è gaudente, anche un po' menefreghista.
Dal «povero me» all'«oggi mi rode» sostiene con una punta d'ironia Flavio Nardi, l'animatore di Rupe Tarpea, una delle etichette che, accanto a Tuono Records, Eversione Musicale o Barracuda producono il materiale di questo microverso che si ritrova tra i concerti, le feste politiche di Azione giovani o dei movimenti extraparlamentari e i centri sociali di destra. Aggiunge Domenico Di Tullio, uno dei più attenti fenomenologi della destra underground: «Anche il rock identitario ha fatto il suo tempo. La musica a destra è affascinante quando estremizza». L'ideologia unisce dove gli indirizzi musicali distinguono. Le sessioni a Pian de Rosce l'hanno dimostrato. Accanto alla musica oi degli skinhead, rivisitata in chiave punk dai Timebombs, c'è il fascist&furious core degli Ate For Breakfast, potenti giri di basso e voce percussiva e la pratica dello stage diving: ci si getta in mezzo al pubblico, insomma. C'è il rock degli Spezzaferro che ricorda i Pearl Jam anni Novanta, il beat fricchettone dei Tipi da spiaggia, una via di mezzo tra Beach Boys e Point Break in grado di scatenare il «pogo», e il raffinato «folk apocalittico» dei Sotto Fascia Semplice: la loro Come mai, contenuta nell'ultimo cd Idrovolante, è un manifesto musicale dei no global di destra. Ci sono gruppi vicini alla musica alternativa delle origini, il modern folk dei Contea di Francesco Mancinelli, il cantautore Gabriele Marconi e il più moderno Skoll, gli Aurora e gli Insedia (che sta per innato senso di allergia) o gli Hobbit, concerti ad Atene e Saragozza all'attivo e la convinzione che non si fanno concerti, si fa festa. Emmanuele Tesauro, il cantante, lo chiarisce: «Il concerto è un evento commerciale. La festa è un rito ludico». La grande novità degli ultimi anni è però il «dàje camòn rock» degli Zetazeroalfa, nati nel 1999 e rapidamente trasformatisi in un interessante fenomeno di costume con un seguito amplissimo di pubblico. La loro filosofia di «panico mediatico», l'attualità di linguaggi e musica hanno permesso di comporre piccole hit come Politicamente scorretto, Kriptonite o Entra a spinta, diventato inno nelle curve degli stadi, e di diffondere il materiale degli Zza, le magliette (da «Accademia della sassaiola» a «La musica è cambiata») e ogni forma di gadget in giro per l'Italia. Nardi quantifica in 30000 copie all'anno la potenzialità di questo mercato non conforme.