Tav, il governo cambia il tracciato per accontentare i no global

da Milano

Il nuovo tracciato per la Tav che il governo italiano (insieme a quello francese) presenterà il 20 di questo mese ai tecnici della commissione europea, sarà il frutto di un compromesso minuziosamente studiato da Palazzo Chigi per ottenere due risultati in un sol colpo: il finanziamento dell’Europa (un miliardo di euro) e il placet dei sindaci della Valle e delle popolazioni locali dopo anni di opposizione feroce alla Torino-Lyon.
Venaus, arrivederci. Il tunnel di base, cioè la galleria di 54 chilometri che buca le Alpi e congiunge Francia e Italia, non sbucherà più nei pressi di Venaus, luogo simbolo della battaglia no Tav, ma qualche chilometro più sotto, nella zona dei Comuni di Gravera e Chiomonte. Per avere un’idea di quanto Venaus sia diventata una bandiera, basti pensare che dal 5 dicembre del 2005, quando ci fu un violento scontro con la polizia, a Venaus c’è un presidio permanente dei No Tav. La modifica all’uscita dei 7 km italiani del tunnel è uno dei principali punti del dossier di candidatura che il governo italiano sta mettendo a punto per il bando Ue.
La Valle contesa. Nel tavolo dello scorso 4 luglio il sottosegretario Enrico Letta ha annunciato di aver quasi ultimato l’ipotesi di percorso alternativo ma non ha scoperto le carte, temendo forse la recrudescenza di polemiche. In Val di Susa la tensione sulla Tav è sempre alta, come testimoniano i recenti episodi di minacce e vandalismi contro i sindaci di vari comuni, accusati dalle frange più oltranziste di aver ceduto alle pressioni e di preparare ormai un inciucio con il governo. Perciò Palazzo Chigi ha tenuto nel massimo conto il fronte del No, modificando il tracciato originario in modo da venire incontro alle richieste dei «disobbedienti». E infatti l’altra modifica sostanziale al percorso della ferrovia segue una preoccupazione dello stesso tipo.
La nuova Chernobyl. Nella nuova ipotesi (come si vede dal grafico sotto) la linea ferroviaria, dopo aver deviato verso Chiomonte-Gravere, prosegue poi sempre nella parte destra della Dora verso la piattaforma di Orbassano, diversamente dal vecchio progetto che invece scorre nella parte superiore della Valle. E la ragione di questa modifica sta principalmente nello spettro dell’amianto, lo spauracchio di una sorta di Chernobyl italiana sollevato dalle associazioni ambientaliste e dai vari cordinamenti dei No Tav. Il vecchio tracciato prevedeva infatti il passaggio della linea nella zona compresa tra Avigliana e Venaria, più precisamente in prossimità del monte Musinè, che come tutti i geologi sanno è territorio amiantifero. Ora, gli esperti ripetono che la presenza dell’amianto di per sè non costituisce affatto un rischio, dal momento che esistono metodologie per ridurlo a zero e procedere con i lavori. Quindici giorni fa in Svizzera è stato inaugurato il tunnel di Loetschberg, 34,6 chilometri che abbattono di circa un’ora la percorrenza tra Basilea e Milano. Gli svizzeri hanno tovato l’amianto nel tunnel, senza nemmeno saperlo in anticipo, ma hanno gestito il problema ottenendo il via libera di sindaci e associazioni ambientaliste. In Italia le cose sono andate diversamente. Sul sito di Legambiente si può ancora leggere un intero dossier sul pericolo dell’amianto in Val di Susa, sui rischi mortali della Tav, allarmi sulla «concreta possibilità di severi danni alla salute pubblica».
La rabbia dei No Tav. Ma tant’è, il nuovo percorso passerà molto lontano dalle montagne «radioattive». Basterà a placare il dissenso? Non è detto, anche se Romano Prodi ha espresso «molta soddisfazione» dopo l’ultimo incontro con i rappresentanti delle popolazioni locali, e Letta ha persino lanciato l’idea di un referendum locale. I No Tav però vedono ancora lontana la soluzione: «Niente di nuovo, il tracciato del governo è un rappezzamento di vecchie proposte, per fare dei progetti ci vuole molto più tempo - dice Loredana, una militante del coordinamento No Tav di Torino -. Al referendum non ci crediamo, perchè non chiederanno alla gente se vuole la Tav. Ma allora a che serve? A Rivoli hanno fatto un referendum su una risalita meccanica, la gente ha detto no ma poi il sindaco di sinistra l’ha fatta lo stesso. Tutte chiacchiere».
Le ragioni dei sindaci. I sindaci della Valle per ora non si pronunciano, e aspettano di leggere il dossier. «Noi abbiamo detto che condividiamo il metodo fin qui seguito - dice Antonio Ferrentino, presidente della Comunità montana della Valle di Susa -, ma non abbiamo detto sì a niente. L’importante è che si tenga conto delle potenzialità della vecchia linea e che si prendano misure per incentivare il traffico su ferrovia.»