Tav, Di Pietro scarica Bersani. "Quei cantieri vanno riaperti"

Il ministro delle Infrastrutture vuole sospendere la norma che ha azzerato i contratti con i costruttori che hanno annunciato ricorsi miliardari contro lo Stato per l'interruzione dei lavori

da Milano

Per ora a parlare è solo Di Pietro, nessuna risposta dal collega Bersani nè da altri della maggioranza, soltanto per interposta persona si sa che il premier Prodi avrebbe detto di sì al piano del ministro delle Infrastrutture. Quel che c’è dietro è uno scontro frontale tra il leader dell’Idv e il diessino Bersani, titolare dello Sviluppo economico, che con un decreto ha azzerato tutti i contratti tra i consorzi privati e lo Stato per la costruzione dell’Alta velocità in Italia, aprendo così la strada ad una valanga di ricorsi.
Ora Di Pietro annuncia - in un’intervista al Sole24Ore - la volontà di mettere una pezza su quella decisione, avendo chiesto e ottenuto dal presidente del Consiglio «una finestra temporale per discutere con i general contractor un ripristino dei vecchi contratti». Un intervallo di quattro o sei mesi che Di Pietro reputa sufficiente per cercare un’intesa, mettendo in piedi dei tavoli tecnici a cui parteciperanno il governo, Rfi (la società che gestisce la rete ferroviaria italiana) e le società edili impegnate nei lavori, buona parte dei quali già avviati. Oltre a questo, Di Pietro chiede già lo sblocco degli appalti almeno sui lavori della Brescia-Treviglio e sulla progettazione della Brescia-Padova.
Le modalità con cui arrivare alla «pace» tra governo e costruttori sono ancora tutte da studiare, ma l’obiettivo per l’ex magistrato è molto chiaro: fare in modo che le imprese rinuncino a ricorsi e arbitrati, ridurre costi e tempi, e affidare alle gare la maggior parte delle opere (si ipotizza nella bozza il 60%), così da rispettare lo spirito della norma voluta da Bersani su trasparenza e concorrenza negli appalti pubblici. La proposta fa parte di un pacchetto che il ministro pensa come norma da inserire nella prossima Finanziaria. Proprio su questo punto Di Pietro esorta gli alleati a «passare dalle dichiarazioni ai fatti», e per fatti intende un capitolo di spesa di 3 miliardi per il sistema dell’Alta velocità: «Bastano tre miliardi per fare tutto ciò che serve fino al 2013». E sul suo blog Di Pietro si loda da solo: «Sono orgoglioso: mentre sui giornali si continua a parlare di cronaca e gossip, in silenzio continuo a lavorare per l’interesse del Paese, settimana dopo settimana».
Una risposta al ministro arriva da Antonio Ferrentino, leader dei sindaci della Val di Susa protagonisti di una estenuante trattativa tra i cantieri in corso e le richieste del popolo No Tav: «È un grosso errore azzerare il decreto Bersani - dice Ferrentino -, è giusto che gli appalti vadano in gara. Così si fa una politica del gambero, un passo avanti e due indietro. I ricorsi? Se si dimostra che ogni volta che c’è il general contrator aumentano le spese e non c’è trasparenza l’avvocatura dello Stato ha elementi per vincere». Intanto, L’Osservatorio tecnico sulla Torino-Lione decreta che la linea storica sarà «satura» entro il 2018, e necessita quindi di un potenziamento strutturale.
A rafforzare la posizione del ministro c’è l’ordinanza del Tar del Lazio che ha accolto il ricorso dei costruttori sospendendo la revoca decisa da Bersani. Un auspicio inquietante dell’esito che potrebbero avere i ricorsi nel caso in cui i contratti fossero revocati del tutto per far posto a nuove gare. L’Ufficio studi di Montecitorio a suo tempo aveva già segnalato il pericolo della revoca dei contratti, il cui valore è stato stimato superiore ai 10 miliardi di euro.
L’Ance, l’associazione dei costruttori, fa leva sulla legittimità degli accordi sottoscritti tramite trattativa privata e sulla certezza del diritto. E anche i sindacati hanno fatto sentire la loro voce, minacciando scioperi contro il rischio di «alleggerimenti» nei cantieri.
Si calcola che il dietrofront sulle grandi opere potrebbe costare alla fine - persi i ricorsi come è probabile - 500 miliardi di euro complessivamente. Una «guerra giudiziaria» la definisce Di Pietro, che potrebbe protrarsi per anni. E alla fine, ammette il ministro, «anche se vincessimo, e ho dubbi che vinceremmo, spenderemmo la stessa cifra e avremmo perso dieci anni».