La Tav si rivela una fucina di scoperte archeologiche

Presentato il 1° numero di una collana multimediale destinata a far conoscere i reperti «scovati» durante i lavori

Laura Gigliotti

I lavori per la costruzione della linea ferroviaria ad Alta velocità (Tav) Torino, Milano, Roma, Napoli, interessano regioni ricchissime dal punto di vista archeologico. Si pensi al Lazio e alla Campania per il mondo romano, alla Toscana e all’Emilia per la cultura etrusca. E si stanno rivelando una «fucina di scoperte», «un’occasione irripetibile per la conoscenza estesa di alcuni settori del territorio nazionale», dice l’archeologo Andrea Carandini illustrando al San Michele, presenti i ministri delle Infrastrutture e dei Beni culturali Rocco Buttiglione e Pietro Lunardi e i responsabili delle Ferrovie e della Tav, Elio Catania e Antonio Savini Nicci, il primo numero di una collana multimediale dedicato a far conoscere i beni archeologici venuti alla luce durante i lavori nella tratta Roma Napoli che entrerà in funzione a dicembre: 140 chilometri dei 630 totali (la prossima tratta Torino-Novara a febbraio, quindi nel 2007-2008 il completamento), in cui si sperimenta un nuovo rapporto fra grandi opere e archeologia, che ribalta la vecchia logica. «La strada, come la ferrovia, non come barriera o semplice segno sul terreno», precisa il ministro Lunardi, portando ad esempio la ricomposizione del sito di Lucus Feroniae vicino a Fiano, cui si potrà accedere dall’Autostrada.
La nuova metodologia adottata è la cosiddetta «archeologia preventiva», che ispeziona il sottosuolo usando tutti gli strumenti offerti dalla ricerca più sofisticata come il monitoraggio fotografico e satellitare. «L’archeologia come luogo di convergenza fra cultura umanistica e scientifica», secondo il ministro Buttiglione che mette in guardia dal pericolo del fondamentalismo di chi vuole conservare sempre tutto. Lo scavo archeologico, in pratica, è solo l’atto conclusivo, programmato ed eseguito con modalità diverse a seconda di cosa si cerca. «Questo garantisce un alto tasso di successo, riducendo al minimo i rinvenimenti “fortuiti”», ricorda il direttore generale Anna Maria Reggiani. È così che sono venuti alla luce i fossili di elefanti dell’antica Valle Latina, terme, antiche fornaci, carbonaie, necropoli, officine dell’età del bronzo, villaggi dell’alto medioevo.
Per ogni ritrovamento il Dvd interattivo, che sarà distribuito in musei e aree archeologiche, fornisce schede storiche, ricostruzioni virtuali, immagini satellitari, e cartografie con i ritrovamenti. Risultato di questo lavoro sono i 300 siti archeologici, di cui 140 nel tratto Roma Napoli, rinvenuti finora. E messi in sicurezza anche con l’ausilio economico del ministero delle Infrastrutture che finanzia il recupero dei beni con il 5 per cento del valore delle grandi opere della legge obiettivo, tramite Arcus.
Laboratorio di questa nuova metodologia è stato il Lazio. Solo sulla Roma-Napoli dove sono state fatte indagini archeologiche in media ogni 500 metri, i siti di una certa importanza sono 140. Lungo i 130 chilometri del tracciato laziale da Zagarolo a Cassino, è stato effettuato lo scavo archeologico di circa 50 siti, di cui una ventina di grande importanza scientifica.
Fra i ritrovamenti, alcuni dei quali verranno inseriti in percorsi archeologici, da segnalare a Ceccano il santuario della Grotta, un suggestivo luogo di culto su un costone tufaceo, utilizzato dal IV sec. a.C. all’età cristiana e nelle vicinanze della via Latina la villa romana con impianto termale e pavimenti a mosaico di Cardegna. A Colle Noce a Segni un santuario di età romana, a Casal del Dolce ad Anagni un insediamento di età neolitica e a Valmontone una fattoria e una stazione di sosta con terme di età romana.

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